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Lodeserto: 4 anni per 9 miliardi sottratti ai migranti PDF Stampa E-mail

 

25 Novembre 2011 

Quattro anni al prete che era stato assolto dall'accusa di aver trasferito 9 miliardi di lire destinati al Centro di accoglienza Regina Pacis di San Foca su conti privati

 

Condannate don Cesare Lodeserto

Estorsione, sequestro di persona e altro, la decisione l'11 aprile 2012.

 

Quattro miliardi e mezzo delle vecchie lire, destinati al Centro di accoglienza Regina Pacis di San Foca negli anni bui dell'emergenza immigrazione che travolse il Salento, sarebbero finiti sui conti privati di Don Cesare Lodeserto. Altri su quelli di persone a lui vicine. Per questo motivo la Corte d'appello di Lecce ha condannato l'ex direttore della struttura, da tempo residente in Moldavia, a 4 anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Un ribaltamento clamoroso della sentenza di assoluzione emessa nel 2006, al termine del processo di primo grado, che molti, nel palazzo di giustizia leccese, davano già per confermata. Invece i giudici d'appello hanno deluso i pronostici da corridoio e ritenuto Don Cesare colpevole del reato di peculato, per aver distratto oltre 9 miliardi di lire dai conti del centro. 
 
I fatti contestati risalgono agli anni tra il 1998 e il 2000, quando la struttura in riva all'Adriatico era gestita dalla Onlus Arcidiocesi di Lecce, soggetto senza fini di lucro a cui venivano indirizzati i soldi destinati all'accoglienza. Fiumi di denaro, versati direttamente dallo Stato e da altri soggetti (il Consiglio italiano dei rifugiati, la Conferenza episcopale, la Provincia di Lecce, il Comune di Melendugno, la Presidenza del Consiglio, il Comune di Lecce, la Banca d'Italia, l'Enel), che, secondo il magistrato che imbastì l'indagine, Imerio Tramis, transitarono sui conti della onlus per poi finire su quelli di Don Cesare e di persone a lui vicine, tra le quali la Procura citò anche l'allora arcivescovo di Lecce monsignor Francesco Ruppi, di cui Don Cesare fu per lungo tempo segretario personale. Nel procedimento finì anche Renato Lodeserto, incaricato della redazione della contabilità del Centro, oggi deceduto. I due uomini, che erano anche parenti, secondo la pubblica accusa, avrebbero messo in atto una serie di artifici contabili per far sparire, di volta in volta, i milioni destinati ai migranti.  
 
E se il Tribunale, nel 2006, non ritenne valide le ipotesi del pm, ben diversamente sono andate le cose davanti ai giudici di secondo grado, ai quali il procuratore Tramis ha ribadito la richiesta di condanna a 4 anni e 6 mesi, nella convinzione che la sentenza di primo grado fosse "clamorosamente sbagliata". Alla fine, il collegio d'appello presieduto dal giudice Domenico Cucchiara, gli ha dato ragione su tutta la linea e per Don Cesare, dopo diverse assoluzioni nell'ambito dei procedimenti nati attorno alla chiacchierata gestione del Regina Pacis, è arrivata una pesante condanna. La sentenza è stata riformata, previo riconoscimento delle attenuanti generiche e della continuazione dei reati, con applicazione di quattro anni di reclusione e interdizione perpetua dei pubblici uffici. 

CHIARA SPAGNOLO

 

Regina Pacis, il procuratore generale: "Condannate don Cesare Lodeserto"


Il pg Giuseppe Vignola ha chiesto in appello la conferma della sentenza di primo grado per do Cesare Lodeserto, ex direttore del Cpt Regina Pacis di San Foca, accusato di violenze, minacce, ingiurie, estorsione e calunnia

LECCE - "Chiedo la conferma integrale della sentenza impugnata". Si è chiusa con queste parole la lunga requisitoriadel procuratore generale della Repubblica di Lecce, Giuseppe Vignola, nel processo d'appello a don Cesare Lodeserto, ex direttore del Cpt Regina Pacis di San Foca, imputato a vario titolo e in concorso con altre due persone, il nipote Giuseppe (detto Luca) e Natalia Vieru, per i reati di violenza, minaccia, ingiuria, sequestro di persona, estorsione e calunnia. Il procuratore Vignola ha chiesto la conferma delle pesanti condanne comminate, al termine del processo di primo grado svoltosi in giudizio abbreviato, dal gup Nicola Lariccia: 5 anni e 6 mesi di reclusione per don Cesare; 3 anni e 2 mesi per Giuseppe Lodeserto; 2 anni e 8 mesi per Natalia Vieru.


Nella requisitoria il procuratore generale ha fatto spesso riferimento alle oltre 250 pagine di sentenza, descrivendo quello che era il clima nel Centro di permanenza temporanea Regina Pacis, una sorta di luogo a sé, al di fuori da ogni legge, con un gruppo ristretto di persone a decidere le sorti degli immigrati "ospiti" della struttura. Una struttura, è bene ricordarlo, detentiva, in cui venivano reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno.


Nel clima di terrore, che secondo i testimoni e le parti offese si respirava all'interno del centro, chiunque osava opporsi andava colpito. E' il caso del dottor Refolo, uno dei medici in servizio al Cpt, pronto a testimoniare sulle presunte colpe di don Cesare, che avrebbe cercato pertanto di convincere un'ospite della struttura, Valeria Campeanu, con cui il medico aveva una relazione, ad accusare il suo compagno di violenza sessuale. Un'accusa da cui l'ex direttore è stato assolto perché il fatto non sussiste. Condannato invece, nell'ambito della stessa vicenda, Armando Mara, uno degli uomini di fiducia di don Cesare, che avrebbe minacciato il dottor Refolo dicendogli: "Te la facciamo pagare, noi ti diamo fuoco alla casa". Vi è poi la condanna per calunnia nei confronti dell'ufficiale dei carabinieri Elio Dell'Anna, falsamente accusato dal sacerdote, per il gup, di concussione. Accuse che don Cesare avrebbe riferito all'allora comandante provinciale Luigi Robusto.


Le ipotesi di reato più gravi a carico di Cesare e Giuseppe Lodeserto e Natalia Vieru, sono quelle di estorsione e sequestro di persona. Al centro della vicenda "il rapporto di lavoro a nero delle ospiti con il mobilificio Soft Style di Pino Quarta a Novoli". Un lavoro spesso estenuante per otto o nove ore al giorno, dal lunedì al sabato, per cui le immigrate ricevevano un compenso giornaliero di 25 euro. Per chi si ribellava o si rifiutava di recarsi al lavoro, magari perché non in condizione di farlo, scattavano le minacce e le offese, fino ad arrivare ad impedire di uscire da Regina Pacis, anche per lunghi periodi, sequestrando i passaporti e stracciando i permessi di soggiorno.


Questi e altri episodi sono al centro del processo in corso dinanzi ai giudici

della Corte d'appello. I giudici dovranno verificare e analizzare la vita all'interno di quello che era il più importante dei Centri d'accoglienza, oggi chiuso e abbandonato. Numerose le persone offese, quasi tutte ex ospiti del Cpt. Donne e uomini che non hanno dimenticato e che continuano a chiedere giustizia, e che si sono costituite come parti civili con gli avvocati Maurizio Scardia, Francesco Calabro (che hanno discusso oggi in aula e hanno depositato memorie e note difensive) e Marcello Petrelli. L'udienza è stata aggiornata al prossimo 11 aprile per la discussione degli avvocati difensori e la sentenza.

 

 

 
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