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a tutta scena
di Federico Ramponi
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Uomini e cani... sulla chiusura dei manicomi criminali PDF Stampa E-mail

Le cronache ci dicono che il parlamento e l’attuale governo hanno deciso la loro chiusura. Gli Opg finalmente non esisteranno piu’. Decisamente una buona notizia, anche se per quelli che diventeranno ex internati tutto dipenderà da come e soprattutto se si affronterà il dopo.

Lo chiamavano “il cava occhi”. Su di lui fioccavano leggende che i secondini sgranavano forse per attutire lo shock di occhi estranei. Gli allungavano la broda carceraria per terra, in una celletta con un materassino di spugna intrisa di feci e resti di cibo. Poi richiudevano rapidi. Lui, si avvicinava gattoni e sempre per terra ingurgitava il vitto ministeriale. Alla fine tornava su quel materassino coprendosi come dentro a un sacco con un lenzuolo maleodorante. Massimo, giovane uomo internato nel manicomio criminale di Aversa, sembrava un cane alla catena. Viveva come un cane. Mangiava come un cane. Un cane cattivo, assicuravano le guardie, che durante una lite aveva accecato il rivale con le proprie mani.

Con Fabrizio Lazzaretti giravamo ”Socialmente pericolosi” che andò in onda in una nottata di RaiTre nel Duemila, mi pare. Ero già stato nell’Opg di Reggio Emilia e a Montelupo fiorentino (“Ospedali psichiatrici giudiziari”, li chiamavano dalla metà degli anni Settanta) per il settimanale Avvenimenti e per la Rai. Erano considerati i migliori tra i sei Opg che contenevano circa 1500 persone, ma anche li diritti umani e dignità dell’uomo erano parole vuote. Molti internati erano là dentro senza aver nulla a che fare con la “follia criminale”. Altri avevano da tempo finito di scontare la propria pena e non uscivano solo perché fuori non c’era nessuno che si prendesse cura di loro. Avevi netta la misura, stando là dentro, di come la giustizia fosse calpestata ogni secondo e di come ogni secondo, assommandosi all’infinito, diventasse un “ergastolo bianco” per esseri considerati e trattati come animali cattivi. A riprova, chi vuole, legga e  prenda atto di quella realtà anche dalle foto di Maki Galimberti con cui raccontammo per “Specchio” della “Stampa” il “Filippo Saporito” di Aversa:

www.stefanomencherini.org/ita/ index.php?option=com_content& task=view&id=47&Itemid=28

Ora le cronache ci dicono che il parlamento e l’attuale governo hanno deciso la loro chiusura. Gli Opg finalmente non esisteranno piu’. Decisamente una buona notizia, anche se per quelli che diventeranno ex internati tutto dipenderà da come e soprattutto se si affronterà il dopo.

In ogni caso quella di questi giorni è una vecchia e lunga battaglia vinta a tutela dei diritti umani e della dignità dell’uomo. Che ha potuto raggiungere il traguardo solo perché si è creata una tenace rete tra società civile, un piccolo spaccato di mondo dell’informazione e della politica, con la costituzione della Commissione di inchiesta del Senato guidata da Ignazio Marino.

Morale: quando si vuole raggiungere un obiettivo e lo si persegue senza tentennamenti e distrazioni, anche in momenti cupi come quelli attuali, i risultati arrivano. Un metodo che potrebbe portarci altri traguardi nella tutela dei diritti umani e della dignità dell’uomo. Penso con dolore e rabbia ai “Centri di permanenza temporanea” per migranti oggi  chiamati Cie. Un altro obbrobrio, per certi versi ancora più indecente, che doveva essere cancellato da tempo. 
 

stefano mencherini, giornalista indipendente e regista rai

 

 
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