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Il ricordo del 2008 di Puglia Antagonista
 
Centro studi Dino Frisullo - Ass. SenzaConfine




Ho saputo con ritardo del convegno per ricordare  Dino Frisullo, cui avrei partecipato con enorme piacere. Dino era un caro amico che conobbi quando, corrispondente per l'Ansa dalla Turchia, lo seguii nelle sue coraggiose 'avventure' in favore della pace e dei diritti, in particolare dei Curdi, che lo portarono nel carcere di Diyarbakir. Non sempre avevamo idee perfettamente sovrapponibili, ma sempre eravamo d'accordo a stare dalla parte dei più deboli, una regola fondamentale non solo per i combattenti della pace ma anche per i giornalisti degni di questo nome. La sua scomparsa è stata una grande perdita per l'Italia e quel vasto mondo indifeso di cui egli era divenuto l'amato e rispettato paladino. Era un grande uomo, e adesso se ne accorgono anche alcuni di coloro che prima lo vedevano solo come un fastidioso ingombro davanti alla ragion di stato. Arrivederci, Dino. Giulio Gelibter


Dino Frisullo. 10 anni dopo lotta ancora insieme a noi

5 giugno 2013 - Alessio Di Florio

Sono passati già 10 anni, ma è ancora vivo il ricordo del momento in cui arrivò la notizia. Come canta Guccini, riferendosi ad un altro grande militante dell'umanità oppressa, "ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto" perché "era morta una nostra speranza". 10 anni, ma sembran passati secoli. La sinistra italiana attraversa la crisi più profonda di sempre, il movimento pacifista (che dieci anni fu definito la seconda superpotenza mondiale) appare rifluito e oggi non sembra essere più protagonista della scena sociale e politica. E ci mancano militanti come Dino, capaci di percorrere prima degli altri sentieri inesplorati e illuminando come lampade il percorso collettivo. Sentieri dove Dino incontrava uomini e donne assetati di libertà, di giustizia, di uguaglianza come lui. Uomini e donne in cerca dell'umanità perduta. Migranti, senza patria, kurdi, palestinesi, gli ultimi e gli emarginati del mondo erano i suoi fratelli e le sue sorelle, erano la sua Patria. In tempi in cui a sinistra si è stati capaci di scrivere pagine nere e nauseanti fatte di proclami a vuoto, carrierismo, abiure, tradimenti, Dino si è caricato sulle spalle la Storia più nobile dei comunisti, dei libertari autentici, dei pacifisti, degli anarchici e delle lotte più vere. Don Lorenzo Milani disse che il mondo si divideva in "diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro" e che "Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri". Dino non si è accontentato di proclamare questa frase, di declamare slogan come molti mandarini da salotto. Dino ne ha fatto la sua vita, scrivendo versi vibranti e appassionati con la poesia di tutto se stesso. In anni in cui molti a malapena si accorgevano dell'esistenza anche in Italia dei migranti, non si accontentò di una pelosa carità o di assistenzialismo buonista. No, lui lavorò, operò, militò, si organizzò con i migranti, insieme a loro, li fece essi stessi protagonisti del proprio destino, della lotta per i propri diritti. L'esistenza di Dino fu una folle corsa mozzafiato sulle strade della Vita, senza mai fermarsi fin quando anche un solo migrante aveva bisogno di sostegno e di battersi per i propri diritti. Ed era da loro conosciuto. E loro lo riconoscevano come un loro compagno, come uno di loro. Nei luoghi impervi del Kurdistan, in città e strade che l'Italia non sa neanche che esistono, Dino era stato, era conosciuto ed era amato. Giunsero nei porti italiani due carrette del mare, stracariche di migranti. Sui fianchi della nave, storpiato, c'era un nome: era il suo. Conoscevano solo lui, e issarono il suo nome come vessillo di umanità, forse convinti che sarebbe bastato il nome di Dino per trovare in Italia accoglienza e umana solidarietà. Come ben sappiamo non fu così. Perché in Italia li accolsero i Cpt(oggi CIE), rimpatri, botte, violazioni dei diritti umani (oggi i migranti, le ingiustizie che subiscono, la disumanità dei Centri ideati da Turco e Napolitano e poi "perfezionati" da Bossi e Fini, sembrano spariti dall'agenda politica. Ci tornino, il prima possibile, non si perda tempo!!). Dieci anni fa al suo funerale Eugenio Melandri (che con Dino fondò l'Associazione Senzaconfine) in poche parole gli fece il più vero degli omaggi: "Non aveva neanche una vera giacca. Era disinteressato, sempre pronto a difendere qualcuno". E' il riassunto di decenni di vita e militanza. Il dedicare tutto se stessi, giorno e notte, in un'immersione totale, senza mai fermarsi, senza una sosta, senza mai essere domo. Mettendo sempre la propria personale esistenza dopo e al servizio della causa comune. Non c'era appuntamento o esigenza personale più importante, fosse stato anche alle 3 di notte (quando, in realtà, era più facile trovarlo a lavorare al computer piuttosto che a dare alle provate membra il sacrosanto riposo), si correva immediatamente. Ma Dino non era un robot, un freddo e sistematico automa della militanza. Dino vibrava dell'umanità più autentica, era capace di una com-passione vera di un cuore straordinario e generoso. Ed era capace di portare poesia. Si, scriveva poesie. Erano versi che probabilmente nessuno accosterebbe ad un Leopardi o ad un Dante. Ma per noi, piccoli militanti nei bassifondi della Storia, erano più belle, ci trasmettevano molto di più. Con le sue poesie, così come le sue denunce e i suoi precisissimi articoli abbiamo imparato a conoscere gli Alì che vengono dal mare, e da Zako sognano l'Europa,  le bellissime Leyla "dagli occhi più profondi del mare", siamo approdati al porto di Patrasso dove giungono coloro che cercano un avvenire più fortunato e trovano solo "divise verdeoliva". Mille Alì sognano ancora l'Europa, innumerevoli Leyla vivono ancora nel Kurdistan in attesa del giorno in cui avranno una patria e saranno liberi, tante, troppe "divise verdeoliva" occupano la propria giornata nel cancellare sogni, nel reprimere umanità, nel mostrare a chi giunge nelle tante Patrasso di tutta Europa il volto più feroce del "Premio Nobel per la Pace". La vita terrena di Damiano Frisullo ha concluso il suo cammino 10 anni fa mentre, inchiodato ad un letto d'ospedale, si dannava l'anima perché non poteva essere in prima linea, contro la guerra in Iraq o per battersi affianco ai suoi compagni migranti. Ma il suo cuore batte ancora. Batte sui sentieri polverosi kurdi, batte davanti alle sbarre dei lager per migranti, batte nelle piazze turche di questi giorni. Perché non ce lo diranno mai nei salotti dei talk-show o nel telegiornale di prima serata, ma in piazza Taksim c'è un pezzo d'Italia. Su quella piazza, nella Turchia che alza la testa, c'è l'omaggio più vero e autentico a Dino Frisullo. In quella piazza Dino c'è, batte e vive. Non è retorica vuota, è realtà, è poesia dei fatti. In ogni volto di kurdo che continua a lottare per l'affermazione della propria esistenza, in ogni migrante che giunge sulle nostre coste e viene rinchiuso nei CIE, potremo scorgere gli occhi malinconici e appassionati di Dino Frisullo, nei loro passi i suoi. Le spoglie mortali di Dino Frisullo riposano in un cimitero, le sue poesie, i suoi scritti, le sue appassionate parole sono rimaste con noi. Scolpite nei cuori e nell'animo. Dino Frisullo continua a camminare, tocca a noi donargli gambe e braccia, mente e cuore. E quando il peso della militanza ci sembrerà eccessivo, quando costruiremo percorsi di Pace e di giustizia e sentiremo di perdere noi stessi, quando il nostro cuore si smarrirà, che lo scalatore "mite e ostinato" possa venirci in soccorso. E aiutarci, fin quando sarà possibile, a ripartire, ad asciugare le lacrime e ritrovare i colori dove vedremo solo grigiore e tristezza...







Il 5 Giugno 2003 lasciava questa terra Dino Frisullo. Sono passati 9 anni ma sembra ieri...

Dino, un'infinita militanza avida. Di Amore e di lotta.

"D'ora in avanti in ogni sguardo sperduto e impaurito di immigrati o profughi che incontrero' so che vedrò Dino, il mio sorriso a loro sarà anche per lui."(Luisa Morgantini)
"Ha perc
orso strade difficili, molto spesso lasciato solo, forse perché chiedeva troppo a sé e agli altri. Forse perché il suo amore per la giustizia era assoluto, impaziente dei tempi, impaziente e indignato."(i suoi amici)

4 giugno 2012 - Alessio Di Florio


Ci sono giorni che sono poco più di un numero di un calendario che scorre. E ci sono giorni che invece penetrano e rapiscono le corde più intime del cuore. Il 5 giugno è tra questi. Il 5 Giugno, il giorno di Dino Frisullo. Giorno in cui la vita, nel lontano 1952, ce lo donò. E giorno nel quale un crudele destino, nel 2003 ce lo rapì.

Passano gli anni, ma sembra ieri. Poche righe di agenzie diedero a tutta Italia la tristissima notizia: "è morto il pacifista Dino Frisullo" e poco più. E tutti sentimmo di aver perso qualcosa di più di un fratello, di un compagno, di un militante di mille e più battaglie.  A coloro che si dilaniano tra "foto di Vasto"(signora mia, come è messo male il giornalismo italico se viene a Vasto per fotografare un pugliese, un molisano e un emiliano seduti in poltrona e non si accorge minimamente di ben altre bellezze, la Bagnante si lascia ammirare da decenni nella sua commovente bellezza e loro si girano oltre...), il-Lusi-oni, margherite e api che sembra di stare in un prato verde, terzi poli che si sciolgono ancor prima che la neve cada, Dino avrebbe da insegnare moltissimo, tantissimo, tutto e anche di più. Ma Dino è troppo passionale, troppo innamorato, troppo scomodo per le loro vuote certezze. Dino è in mezzo a noi, Dino è patrimonio degli ultimi, Dino è un'appassionata lotta che non è mai finita.

Ovunque si alzava la voce per i diritti e per la dignità, in ogni luogo dove si alzava la bandiera della dignità e della pace, Dino c'era. Dino Frisullo è stato per decenni la storia del pacifismo, dell'antirazzismo, dell'internazionalismo, della sinistra italiana. Quella sinistra che non si trastulla nei salotti, che non si arrampica per le poltrone di una banca o di un palazzo. Ma che vive, si appassiona, lotta, nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche, nei lager per migranti, nei porti. Una lotta che sapeva diventare poesia commovente e struggente, capace di graffiare le corde dell'animo e di esprimere denuncia e umanità. L'11 settembre, il dramma di chi abbandonava la sua terra e trovava ad attenderlo i lager e il respingimento, nelle sue mani diventavano versi d'indignazione e di denuncia.

Non esiste la storia di Dino, esistono le storie. La storia di Damiano Frisullo, un giovane ragazzo pugliese, per vent'anni. E poi esiste Dino, che per trent'anni ha attraversato i luoghi più martoriati e difficili della Terra assetato di umanità e di libertà, di dignità e di giustizia. Già negli Anni Ottanta, quando moltissimi a malapena conoscevano la parola immigrazione ed erano ben lontani dall'interessarsene, Dino aveva capito una lezione fondamentale. Non ci si doveva "occupare" di immigrazione, non bisognava "lavorare" per i migranti. No, era necessario e doveroso vivere con i migranti, rivendicare diritti con i migranti, rendere i migranti protagonisti delle loro vite e non oggetto di assistenzialismo o pietismo. Era, in fin dei conti, la storia della vita e della militanza di Dino: affiancarsi agli ultimi e agli oppressi e camminare con loro, essere uno di loro in tutto e per tutto.

La Bosnia, la Palestina, fino al suo amatissimo Kurdistan sono stati la sua Patria. Era il 1997, l'Italia aveva appena scoperto che il Kurdistan esisteva veramente e non era un'invenzione cinematografica, e Dino ne aveva già calpestato la terra per centinaia di volte. Arrivò un giorno in un porto del sud, forse Brindisi o Mazara, una nave, una vecchia carretta arrugginita. Sulla fiancata c'era una scritta rossa: Frizullo. Poche settimane dopo ne arrivò un'altra: Frisonullo. I kurdi conoscevano lui, Dino Frisullo, e pensarono di rendergli omaggio mentre giungevano sulle coste della sua Italia. Dino per loro era più di un amico, di un compagno, era il loro vessillo che issavano sperando di trovare le braccia aperte e l'umanità di Dino. Non fu così. Perché in quegli anni l'Italia cominciò a costruire i Cpt, i lager per migranti. Dieci anni fa, erano i tempi delle oceaniche manifestazioni contro la guerra in Iraq, i pacifisti furono accusati di essere "quelli che sventolano le bandiere", i giovanotti di belle speranze che non si sporcano le mani ma declamano belle parole. Dino le mani se le sporcò eccome. E in Kurdistan provò anche l'arresto e la prigione, fino ad essere espulso. Eminenti mandarini televisivi e giornalistici, radical-chic da salotto e persino alcuni che si dichiaravano pacifisti, lo attaccarono e dissero che non lavorava per la Pace, che Dino danneggiava l'Italia. E' l'ipocrisia dei perbenisti e di coloro che Dé Andre definì "materassi di piume".

La vita, le mille vite, di Dino è stata militanza appassionata, è stata la lotta dei migranti, dei kurdi, di migliaia di persone. Una militanza che cancellava la stessa vita personale e le dava altri sentieri, altri passi, altri luoghi. Impegno quotidiano, se fosse possibile anche 26 ore al giorno, senza pause e senza fermarsi, in una "folle staffetta mozzafiato", com'ebbe a definirla lui stesso. Sempre pronto, sempre presente, perché alla porta bussa l’amico tamil senza visto di soggiorno, c'è un'occupazione o un corteo da organizzare e mille altri impegni. Sul letto d'ospedale, poco prima di morire, il suo pensiero non andava alla salute, a sé stesso, ma alla mobilitazione contro la guerra che stava animando l'Italia, al suo non poter essere in prima linea. Fino all'ultimo Dino non fu semplicemente Damiano Frisullo, ma fu l'umanità assetata di altra umanità, la millenaria storia dei compagni veri, dei socialisti e degli anarchici, dei comunisti e dei pacifisti, degli operai e delle mondine, che camminava. Lo straccio rosso di Pasolini per Dino non cadde mai per terra, non si dovette mai rialzare dalla polvere, non ne aveva il tempo.

"La cosa più bella è suscitare ricordi forti e belli" scrisse due mesi prima di esser strappato crudelmente da noi. Tanti, tantissimi, avranno per sempre ricordi forti e belli di Dino, con Dino. L'avranno le migliaia di militanti e di attivisti che con lui hanno condiviso il cammino, l'avranno i migranti, i pakistani, i tamil, i senza casa, i palestinesi, gli iracheni, i kurdi che hanno lottato con lui e in lui hanno trovato umanità, voce, speranza. E sono ricordi che superano ogni calendario, ogni barriera di tempo e di spazio. Scavalcano quel crudele 5 giugno e  ancora oggi infiammano i cuori. Dino vive e lotta ancora, ama e amerà sempre. Nel popolo dei sognatori e dei ribelli. In una delle loro canzoni più belle i Modena City Ramblers cantano "Un giorno, guidati da stelle sicure, ci ritroveremo in qualche angolo di mondo lontano, nei bassifondi, tra i musicisti e gli sbandati o sui sentieri dove corrono le fate". Nella lotta dei compagni, dei militanti che non si arrendono, degli ultimi che reclamano diritti, dignità, libertà e giorno dopo giorno costruiscono i loro sogni, guidati dalle stelle più luminose dei cuori veri e degli ideali appassionati, la musica dei poveri e il calore degli ultimi disegneranno sempre la magia più bella, la magia di Dino.

Bellissimo conoscerti, impossibile dimenticarti. E oggi cammini ancora al nostro fianco, ci fai coraggio e ci sproni a non fermarci mai. Nei mille Alì che sognano l'Europa, nelle bellissime Leyla dagli occhi "più profondi del mare", sotto il cielo di Zako, nei prigionieri assetati di vita nel deserto del Neghev, nei 31 migranti deportati l'altro giorno da Riace, negli aspri monti del Kurdistan, nel senza casa che disperatamente vuol sperare nel futuro, Dino c'è. Ha altri nomi, altre radici, ma è sempre lui. E ogni volta che asciugheremo una lacrima di "chi sa piangere ancora", ogni giorno in cui  raccoglieremo "il testimone del suo entusiasmo", Dino camminerà al nostro fianco, il mondo respirerà ancora e si nutrirà di ogni sua fibra.

 

 

 

 
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