Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
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Non ci crederete: in Puglia chiude una televisione e i giornali tacciono PDF Stampa E-mail

 

Questo testo è stato scritto alcuni giorni dopo la chiusura di Antenna Sud, televisione regionale pugliese che è stata della Gazzetta del Mezzogiorno. Oltre 50 persone, tra tecnici e giornalisti sono per strada. Ma nelle cronache pugliesi, anche dei tanti 'panini' di autorevoli testate, nessuno ne parla. Per la verità: "Il Fatto" di Padellaro esce tempestivamente ma poi abbandona subito il tema. Repubblica Bari dà la notizia ma fa come sopra. Gli altri (e sono tanti) neppure una riga. Il testo a seguire era stato scritto con l'intento di alzare un pò di polvere. Ma nessuno lo ha voluto pubblicare, accampando ogni volta col sottoscritto scuse diverse. Questa è la stampa italiana, bellezza. Meglio il web.

s.m.

 

Pieta’ per la nazione i cui uomini sono pecore / e i cui pastori sono guide cattive / Pieta’ per la nazione i cui leader sono bugiardi / i cui saggi sono messi a tacere…/ 
Pieta’ per la nazione – oh, pieta’ per gli uomini / che permettono che i propri diritti vengano erosi / 
e le proprie libertà spazzate via…”. Questi brani di una splendida poesia di Pasolini calzano ancora oggi come per gli anni a venire in molte situazioni. Mi permetto di cucirli addosso alla vicenda di Antenna Sud e dei suoi collaboratori messi in mezzo ad una strada. Ha la vita difficile, da decenni, l’informazione in Puglia. Soprattutto se si tratta di televisioni private, dove il far west dei diritti fino a qualche anno fa prevedeva che fossero mosche bianche gli aspiranti giornalisti, coloro che avevano già una tessera in tasca o i tecnici delle tivù, figure fondamentali  nella filiera del lavoro televisivo o radiofonico, che avessero un contratto regolare. Tutti, o quasi, rigorosamente ‘in nero’ e soprattutto, per la situazione che questo determinava, tutti sotto ricatto del padroncino di turno. Ricordo una decina di anni fa Canale 8, a Lecce, i cui proprietari finirono poi in galera per altre vicende, ma nel frattempo avevano gestito quell’emittente con arroganza e spregiudicatezza tra censure ai contenuti e calpestio dei diritti di ogni lavoratore. Fummo solo in due ad alzare la voce, io e Giuseppe Rolli, oggi capo ufficio stampa dei Senatori a vita. Repubblica Bari ci dedicò la prima pagina. Da Roma si fecero sentire la Federazione nazionale della stampa, l’ordine nazionale, mentre l’ordine dei giornalisti pugliesi fu silente per molti anni. Anzi, ce lo ritrovammo addirittura contro perché aveva della censura un’ idea molto ma molto sui generis e del resto non gli interessava granchè. Così andava il mondo in quel di Puglia. Non che altrove fosse tanto diversa la storia, ma almeno c’erano meno connivenze, anche con certa politica, e si cercava di contenere un caporalato che nell’informazione era quanto mai dannoso anche per l’articolo 21 della Costituzione: quello sulla libertà di stampa. Sono passati oltre dieci anni e nel frattempo in Puglia abbiamo assistito persino ad un suicidio di un collega precario che non ce la faceva più. Ma anche alla nascita di alcune vertenze che hanno certamente aiutato i lavoratori dell’informazione e della comunicazione locale, ma certo non hanno risolto i problemi alla radice. Ora, questo nuovo lutto, perché di questo si tratta quando viene oscurata una emittente o chiuso un giornale. Un lutto che dovrebbe essere collettivo e non solo lasciato a chi ci è rimasto in mezzo.

In qualche modo già quando ci fu la vendita a Fabrizio Lombardo Pijola del gruppo editoriale che gestiva anche la Gazzetta, si poteva immaginare una brutta fine, anche se fino a tutto il 2011 i conti dell’emittente erano a posto. Poi, forse complice anche qualche investimento sbagliato fatto fuori da Antenna Sud insieme a nuovi traguardi che interessavano di più il padronato rispetto alla piccola tivù che aveva una cinquantina di dipendenti, un graduale tracollo fino alla decisione di chiudere.

E in questo caso , senza voler entrare nello specifico per ragioni di brevità, con oltre quattro milioni di euro “scomparsi” tra contributi pubblici, fondi regionali e compensi dalla vendita delle frequenze, ci si deve chiedere: è possibile che ogni imprenditore (o “prenditore”, in alcuni e non rari casi italiani, vedi Angelucci) non debba poter avere vincoli e controlli nella gestione di un’ impresa editoriale? E’ possibile che in certi casi i contributi pubblici non vengano bloccati in corso d’opera? E’ accettabile che per dedicarsi ad altri affari prima si dismetta e poi si oscuri un’ emittente fregandosene allegramente dei destini dei lavoratori e di quel benedetto articolo 21, senza che nessuna autorità abbia messo nel frattempo alcuni paletti? Per di più, come denunciano i lavoratori, stiamo parlando di un'azienda che ha cessato il pagamento degli stipendi ad agosto 2012, omettendo anche il versamento dei contributi alla previdenza obbligatoria e complementare. Mentre lui, l’imprenditore, raccoglie premi e omaggi per la sua nuova sfida con “Eataly”. Come dire: chiude a tarallucci e vino.

 

Stefano Mencherini, giornalista indipendente e regista Rai

 

 

 
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