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Decolla (mediaticamente) il progetto del Laboratorio Rai di cinema documentario PDF Stampa E-mail

Il Giorno Giovedì 8 Agosto

«Salviamo i documentari. La Rai si faccia promotricedi un centro di produzione»
L’appello del regista Stefano Mencherini 


NELLA STORIA del cinema e della televisione italiana esiste una tradizione che ha avuto grandi maestri (De Seta, Soldati, Antonioni, Zavoli, Gregoretti, Barbato), buon successo di audience - anche all’estero - ma non sempre i dovuti riconoscimenti pubblici. Stiamo parlando del documentario, una tradizione oggi più viva che mai, «ma che non trova adeguato spazio nel servizio pubblico - afferma StefanoMencherini, giornalista indipendente, autore e regista Rai (tra i suoi lavori il coraggioso «Mare Nostrum» sui Cpt, non calcolato dalla distribuzione, rilanciato da Internet) - che trasmette documentari con il contagocce, acquistandoli spesso da esterni e producendone pochi in proprio». Da qui la proposta all’ente pubblico di un Laboratorio-scuola permanente di documentari, progetto al centro di un convegno il prossimo 4 settembre al Festival del cinema di Venezia, con Sergio Zavoli, Giancarlo Mazzuca, direttore de Il Giorno, Mencherini e gli altri quattro tra promotori e sostenitori dell’iniziativa: Santo Della Volpe (inviato speciale Tg3), Filippo Vendemmiati (vicecaporedattore Tgr Bologna), Amedeo Ricucci (inviato Tg1) e Ornella Bellucci (autrice e regista precaria di RadioRai).
Stefano Mencherini, come nasce l’idea?
«Nel 2006 giravo l’Italia per seguire le proiezioni di “Mare Nostrum” e raccoglievo i sentimenti dei colleghi. Mi resi conto che il genere del documentario viveva una nuova primavera senza trovare spazio sui grandi network né nel servizio pubblico. La Rai trasmette i documentari con il contagocce. Spesso prodotti realizzati da altri e strapagati».
Il capolinea di un genere?
«In realtà questa chiusura del mercato televisivo ha provocato un ritorno dei documentari nei cinema, come ai tempi di Citto Maselli, Pietro Germi o Francesco Rosi. Sono nate decine e decine di sale e festival dedicati, come l’Aquila o la rassegna Isola del Cinema a Roma: un centinaio di spettatori a sera».
Ci spieghi il progetto.
«Dovrebbe nascere in casa Rai un Laboratorio permanente di produzione e formazione al cinema documentario in grado di realizzare una ventina di titoli all’anno e altrettanti audio documentari. Non sarebbe secondo a nessuna Tv europea, neppure alla Bbc».
Cui prodest?
«Il vantaggio più evidente sarebbe un forte risparmio economico. Un documentario di 50-55 minuti girato in Italia e prodotto internamente ha costi di 20-25mila euro. Se girato all’estero, sale a 30-35 mila euro a pezzo. A confronto di una produzione in appalto il risparmio raggiungerebbe i due terzi per ogni titolo. Il tutto valorizzando risorse interne spesso bistrattate o comunque non utilizzate al meglio. Inoltre è prevista anche la formazione di giovani documentaristi e tecnici di produzione e post produzione, in stretta collaborazione con il Centro sperimentale di cinematografia e l’Istituto Roberto Rossellini. I più talentuosi tra questi giovani alla fine del corso Rai popotrebbero essere assunti a tempo determinato dall’azienda».
Siete ottimisti?
«Siamo fiduciosi di tenere aperto un dialogo con la presidente Anna Maria Tarantola e il direttore generale Luigi Gubitosi. Un dialogo che anche se in punta di piedi è già cominciato e che ci auguriamo possa continuare il 4 settembre alle Giornate degli Autori del Festival del cinema di Venezia».

Intervista a cura di Luca Salvi

 
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