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Dal Festival di Venezia, agenzie di stampa su Schiavi PDF Stampa E-mail

ANSA/ Venezia: integrazione e diversità, il cinema si impegna

    Gitai, convivenza è unica strada. Kyenge al Lido è 'testimonial'
    (dell'inviata Alessandra Magliaro)
    (ANSA) - VENEZIA, 2 SET - Il cinema per raccontare l'altro, per farci conoscere le diversità, per sradicare i pregiudizi e stoppare il razzismo. Una volta si diceva cinema d'impegno, la noia era assicurata, il dibattito pure. I tempi non sono certo quelli ma il fermento sulle tematiche dell'integrazione percorre bene e male tutta la società e il cinema lo riflette. Accade alla Mostra del cinema che lo 'straniero', migrante in cerca di un futuro migliore economico o di diritti fondamentali, divenga protagonista di giornata trascinato da un ministro per l'integrazione, Cecile Kyenge, che non si risparmia nell'incursione al Lido, portata in vari incontri uno dopo l'altro convinta innanzitutto dell'importanza della testimonianza.
    E poi i film: l'applaudito La mia classe di Daniele Gaglianone alle Giornate degli autori innanzitutto, poi il documentario Schiavi di Stefano Mencherini (uscirà in sala a metà settembre), prodotto da Flai Cgil e Less onlus, che denuncia lo sperpero di denari pubblici e la violazione dei diritti attraverso l'Ena, Emergenza nord Africa, mettendo in luce come si finisca nella rete di nuova schiavitù, poi ancora l'altro film White Shadows di Noaz Deshe, incredibile storia di 'diversità: albini africani venduti o amputati per soddisfare la credenza che portino fortuna. Oggi non nel medioevo. Domani poi si vedrà in concorso Ana Arabia di Amos Gitai, un lungo piano sequenza di 84 minuti, girato al confine tra Tel Aviv e Jaffa per raccontare la necessità della convivenza. Italy amore mio di Ettore Pasculli prosegue una lista che comprende anche Piccola patria di Alessandro Rossetto, La prima neve di Andrea Segre con il dialogo tra l'africano Dani arrivato in Italia in fuga dalla guerra in Libia e il piccolo irrequieto Michele.
    Dice all'ANSA Valerio Mastandrea: "a me il cinema 'impegnato' non basta più nè da spettatore nè da interprete, certi film faranno pure riflettere ma è tutto molto superfluo, i cambiamenti di mentalità, culturali che possono arrivare da un cinema sono più lenti della realtà, non posso aspettare che vengano assorbiti dalla prossima o dalla successiva generazione". Ne è talmente convinto il protagonista di La mia classe da essersi sentito 'inutile' durante le riprese e, siccome il film è tutto improvvisato, da averlo detto spontaneamente nell'opera di Daniele Gaglianone diventando il tema sotterraneo. "Intanto mi sono fatto la domanda, a che serve il cinema per questi temi e già è una cosa". Il film con il messaggio certo fa tanto anni '70, "più utile - dice Gaglianone - rispetto a quegli schemi mostrare la realtà da prospettive differenti, diverse appunto, mostrare un terreno sociale che scricchiola".
    Amos Gitai racconta in Ana Arabia sette personaggi, uomini e donne, palestinesi e israeliani in un lungo metaforico piano sequenza. "La relazione, il dialogo tra palestinesi e israeliani non va interrotto altrimenti sarebbe un bagno di sangue per tutti", dice all'ANSA il regista che oggi ha ricevuto il premio Bresson. Il suo film contiene il famoso 'messaggio' nella stessa struttura in cui è stato girato, intenzionalmente. "Metto in scena rapporti di vicinato in questa terra di confine che collega Tel Aviv e Jaffa. Vivere insieme è la bomba più esplosiva che possiamo sperare contro le bombe. Credo - prosegue Gitai che ha definito un 'mettersi nei guai' l'intervento militare in Siria - alla funzione del cinema per una crescita culturale, certo non cambierà direttamente le situazioni ma se facciamo pensare il pubblico è già un buon inizio".
    Ne è convinta anche il ministro Kyenge: "il cinema, con il suo linguaggio capace così tanto di coinvolgere e toccare nel profondo, è fondamentale per l'integrazione e i cambiamenti culturali sui migranti. E' uno strumento che rafforza le diversità e può sconfiggere gli stereotipi".(ANSA).
    MA
    02-SET-13 19:39
    
    
    CINEMA VENEZIA: "SCHIAVI",DOCU SU SPERPERI EMERGENZA IMMIGRAZIONE =
    (AGI) - venezia, 3 set. - Presentati questa mattina, nell'ambito delle Giornate degli Autori del Festival del Cinema di Venezia, alcuni brani del nuovo film inchiesta "Schiavi" di Stefano Mencherini, giornalista indipendente, autore e regista Rai. E' un film documentario, in uscita a meta' settembre e coprodotto da Flai Cgil e Less onlus (Napoli), che denuncia gli sperperi e il totale fallimento dell'ennesima emergenza immigrazione (Emergenza Nord Africa). Un miliardo e trecento milioni gettati alle ortiche attraverso la Protezione civile, denuncia Mencherini. (AGI)
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    CINEMA VENEZIA: "SCHIAVI",DOCU SU SPERPERI EMERGENZA IMMIGRAZIONE (2)=
    (AGI) - Venezia, 3 set.- Il regista, con "Schiavi" documenta come masse incredibili di persone (decine e decine di migliaia di migranti) finisca poi nella rete dei nuovi schiavismi nel mondo del lavoro. Il segretario nazionale Flai Cgil, Giovanni Mininni, presente all'incontro, aggiunge: "il film riesce a rappresentare come la condizione di schiavitu' imprigioni questi uomini fin dalla loro partenza dai paesi di origine. Finiscono in Italia spesso prigionieri di una rete di caporali e cosiddetti imprenditori senza scrupoli che ne offendono la dignita' e ne mortificano le condizioni di lavoro. Non e' purtroppo un fenomeno che si verifica solo nelle regioni del sud Italia ma e' ormai dilagato in tutto il Paese. Questo film si intreccia perfettamente con le campagne che la Flai Cgil da anni ha lanciato per contrastare il caporalato e denunciare come spesso i lavoratori siano invisibili agli occhi della societa' durante il loro lavoro nelle campagne". (AGI)
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    (AGI) - Venezia, 3 set. - La Flai Cgil stima che circa il 45 per cento del lavoro agricolo in Italia sia irregolare e che "nella sola Puglia si concentrino oltre 40mila lavoratori immigrati in nero, a rischio di riduzione in schiavitu", aggiunge Peppino De Leonardis, segretario della Flai Cgil Puglia. Dopo "Mare nostrum", l'ultimo film inchiesta di Mencherini (2003, autoprodotto) che incontro' molte difficolta' a causa delle denunce contenute (nessuna distribuzione e nessuna tv che l'abbia mai messo in onda, neppure la Rai dove Mencherini lavora da 23 anni), "Schiavi" compie "la quadratura del cerchio di oltre una decina di anni di nefaste politiche dell'immigrazione nel nostro Paese". "Dai Cie, le nostre Guantanamo - ribadisce l'autore - oggi siamo a condizioni se possibili ancor piu' inaccettabili". Nel film inchiesta anche testimonianze su l'unico processo in Europa in corso a Lecce, che contesta a imprenditori agricoli e caporali il reato di "riduzione in schiavitu'. Anche il ministro Cecile Kyenge interviene nel documentario chiedendo tra le altre cose all'Europa collaborazione nel varare leggi meno repressive e piu' consone invece alla tutela dei diritti umani e civili dei migranti, regolari o irregolari che siano. Mencherini è anche tra i promotori della proposta rivolta ai vertici della sua azienda, la Rai, affinche' in breve tempo si possa far nascere un Laboratorio permanente di produzione e formazione di cinema documentario. Domani, sempre al Festival del Cinema, si terrà la presentazione alla stampa del progetto con la presenza di Alberto Barbera, presidente della Biennale, e gli interventi di Stefano Rulli, presidente del Centro sperimentale di cinematografia, Sergio Zavoli, Gherardo Colombo, membro del CdA Rai, Santo Della Volpe, inviato speciale del tg3, e lo stesso Mencherini. (AGI)
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Yalla Stranieri in Campania

Servizio di Mediazione Culturale della Regione Campania

http://www.stranieriincampania.it/wp

 

A Venezia un documentario sui braccianti immigrati

Alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva “Schiavi”, il nuovo film documentario di Stefano Mencherini, giornalista indipendente, autore e regista Rai, Stranieriincampania.it lo ha intervistato.

Stefano Mencherini, presenti a Venezia il documentario “Schiavi”, qual’è la realtà che
affronta?

Ho proiettato alcuni brani nell’ambito delle “giornate degli Autori”, ripartendo dal precedente lavoro “Mare Nostrum”, perché questi due film inchiesta sono molto collegati. Le violenze che si verificano nei CIE che racconto in mare nostrum, sono l’immagine più cruda della discriminazione e dello sfruttamento sociale che esistono nel mondo esterno.

A proposito di Mare Nostrum che per primo denunciò le torture in uno dei più grandi CPT italiani (gli attuali CIE), il “Regina pacis” di San Foca a Lecce. Com’è andata a finire?
L’anno scorso i processi hanno confermato anche in appello la condanna per violenza, minacce ed estorsione per don Cesare Lodeserto, il prete che la Curia leccese aveva incaricato di dirigere il centro. In altri casi Lodeserto è stato salvato solo dalla prescrizione. Eppure adesso sai dov’è? E’ in Moldavia dove ha preso la cittadinanza e rischia di essere anche eletto come uno dei Parlamentari più votati alle prossime consultazioni, perché controllando il sistema dei visti in Italia ha creato una grossa rete di clientele.

Ritorniamo a “Schiavi” un titolo forte, forse un po’ ad effetto...
Si tratta naturalmente di Schiavi del terzo millennio, che magari non portano le catene ai piedi, ma sono costretti dal ricatto economico e dalla discriminazione giuridica a lavorare anche dieci-dodici ore al giorno per 20-25 euro. Una condizione insopportabile che nessuna persona veramente libera può accettare. In questo quadro la cosiddetta “Emergenza Nordafrica” è diventata solo l’ennesima occasione per fare profitto sull’accoglienza gettando poi decine di migliaia di persone nelle mani dei nuovi “prenditori” di lavoro, caporali e schiavisti. Un fallimento, tranne che per chi ha lucrato centinaia di milioni…

Per quanto tempo e in che contesti hai effettuato le riprese e le interviste?
Schiavi è il frutto del lavoro di tre anni, in cui ho girato soprattutto in Campania e in Puglia, dalle realtà di Napoli, Caserta e Benevento alle raccolte dei pomodori nel ghetto di Rignano o delle angurie a Nardò.

Non è semplice documentare queste situazioni… chi ti ha sostenuto?
Il documentario è co-prodotto con la Flai cgil e Less Onlus, realtà associative e sindacali che lavorano sul campo e mi hanno dato tantissimi contatti. Ciò non toglie che alcune riprese ho dovuto realizzarle di “straforo”, perché il controllo dei caporali e dei cosiddetti datori di lavoro impediva un’altra modalità.

Cosa ti ha spinto dopo “Mare nostrum” a continuare nella narrazione della condizione migrante?
Mi piace dire che lo faccio per “egoismo”. Ho visto infatti in questi anni che calpestare i diritti dei migranti ha anticipato il degrado dei diritti civili e sindacali di tutti. Al di là della propaganda xenofoba di alcune formazioni politiche spero che le persone riflettano su questo.

Nel 2006 un altro giornalista d’inchiesta, Fabrizio Gatti, fingendosi un bracciante immigrato denunciò le condizioni di sfruttamento nelle campagne pugliesi. Cos’è cambiato?
Troppo poco, forse niente. La regione Puglia ha fatto qualcosa per alleviare i disagi di queste persone, ma è una goccia nel mare. Il vero nodo sono le leggi nazionali e in particolare la Bossi-Fini, che fra le altre cose, è una legge di riorganizzazione razzista del mercato del lavoro.
Anche il nuovo ministro Kyenge compare nel documentario.
Racconto una sua visita ai ghetti. Spero che la ministra Kyenge, che giudico una persona equilibrata e motivata, così come il Presidente della Camera Laura Boldrini che conosce benissimo la condizione dei profughi e degli immigrati, riescano ad ottenere una profonda revisione della legislazione sull’immigrazione e sul diritto d’asilo.

Ancora uno zoom sui luoghi delle riprese. Quali biografie hai incontrato?
Un’umanità vastissima. Le nazionalità dei lavoratori si sono ulteriormente moltiplicate, così come la loro condizione in italia: richiedenti asilo, migranti senza permesso, ma anche immigrati regolari che soggiornano da molti anni in Italia. Sono i primi a pagare la crisi economica e questo li spinge di nuovo a lavori che magari speravano di aver abbandonato per sempre. E poi… anche diversi italiani. Che cominciano ad accettare condizioni e salari simili agli immigrati.
A proposito di quel che dicevo sul meccanismo “espansivo” della discriminazione

Perche Stefano Mencherini che è un uomo Rai da 25 anni non riesce a produrre questi lavori con la Rai e deve farlo esternamente?
E’ una risposta che potete darvi da soli. Consiglio però di leggere sul mio sito la proposta di laboratorio permanente di documentari Rai, che ho presentato a Venezia insieme ad altri giornalisti come Filippo Vendemmiati.

“Schiavi” è in uscita dalla metà di settembre. Chi vuole invitarti e organizzare una
proiezione cosa deve fare?

Basta contattarmi sul mio sito (www.stefanomencherini.org). Sono sempre disponibile in forme del tutto volontarie. Con la Cgil stiamo organizzando una campagna stampa di promozione e diffusione del documentario

Multimedia:
Il video integrale di Mare Nostrum, precedente documentario di Stefano Mencherini sulla condizione migrante in Italia: http://www.youtube.com/watch?v=AGgOww84fps

 
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