Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
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Come finisce con Mueller:nasce Festival migrante negli stessi giorni del Festival del Cinema di Roma PDF Stampa E-mail

Diciamo che né il direttore del Festival di Roma,  Marco Mueller né Fondazione cinema per Roma hanno risposto alla denuncia del basso doppio gioco rispetto all’esclusione di ‘Schiavi’ da un ‘evento’, la prima nazionale per il pubblico, e da una serie di momenti ‘minori’ sui temi delle migrazioni e delle nuove schiavitù prima promessi e poi negati. Alla faccia dei lutti nazionali all’indomani dell’ennesima e non ultima strage dell’immigrazione e  delle suppliche di Papa Francesco che grida “Vergogna”.  Cercano invece di correre ai ripari, questo sì, Mueller e i suoi colleghi di ventura,  dopo l’avvio della polemica pubblica, offrendo un angoletto di straforo accompagnato per di più da due righe vergate dal capo artistico che giudica la proposta fatta dai colleghi  “anche troppo generosa” . Ma la cosa più interessante è che lo stesso Mueller scrive di ‘Schiavi’, e questo la dice lunga sulla sua attenzione e sensibilità, come di un “programma televisivo” (sic!) .

Quindi, no grazie caro direttore: noi riprendiamo dall’inizio. E diciamo pure che altre ‘polemiche’ , come quella che ha riguardato il regista Ambrogio Crespi con il suo “Enzo Tortora, una ferita italiana”, hanno funestato questa già inutile kermesse. Che proprio per avere il carattere, l’humus di kermesse, non coglie le vere ferite aperte del Paese, della Città, per questo inutile. Si può pensare forse che in tempi cupi come quelli attuali, Roma capitale preferisca sfilare sul ‘red carpet’ piuttosto che aprire finestre buie, scomode realtà? Priorità non solo nel dibattito politico e parlamentare ma nella carne della nazione.  Con la dignità e la visibilità che queste proiezioni esigono? C’è da sperare di no. Lo chiediamo comunque al sindaco Marino, al presidente Zingaretti e alle maestranze del ministro Bray se non a lui stesso. Come al presidente del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti Cardinale Vegliò. Perché un festival come quello di Roma non può essere solo luci e lustrini, con angoletti poco illuminati recuperati dopo le polemiche come lavatoi della coscienza.

E poi ogni esclusione, come ogni mal sopportata iniziativa, hanno sempre il retrogusto amaro della censura. E la censura va combattuta sempre, con ogni mezzo possibile, civile e nonviolento, è chiaro. Per questo, l’ “evento”,  penso che lo faremo noi registi migranti, compagni del sindacato e migranti stessi, associazioni e istituzioni, che prenderemo parte alla prima rassegna del Festival migrante che terremo proprio all’ingresso del festival matrigna dall’8 al 17 novembre. Proiettando tutto ciò che dentro non si proietta, dai  corti dei giovani filmaker ai film documentari. Da Francesco Rosi a Scola a Citto Maselli a Ugo Gregoretti, da Sergio Zavoli a Biagi, Barbato e altri. Con storie e visioni che, chissà perché, oggi non ci è dato vedere nelle nostre televisioni come nelle multisale dei cinema nazionali. Nonostante la riacquisita dignità di genere portata da “Sacro Gra” con la vittoria al Festival del cinema di Venezia. Il primo vero, autorevole e aperto, festival nazionale. E se Bertolucci e amici ci indicano una strada, noi, umili ‘narratori di storie’ umane, seguiamo il fiuto. Tenendo per mano, mano nella mano, una delle più grandi intuizioni di Pierpaolo Pasolini. La regalò a Enzo Siciliano nell’ultima intervista prima di essere ammazzato. Pasolini disse che “a forza di battere sempre,  e battere ancora e ancora sullo stesso mattone, alla fine una crepa, poi l’altra e un’altra ancora… e la casa crolla”.

Stefano Mencherini, giornalista indipendente e regista Rai

 

 
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