Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
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Cosė se ne vanno gli schiavi di oggi PDF Stampa E-mail

 

 

‘Schiavi’ è l’ultimo film inchiesta di Stefano Mencherini, giornalista indipendente e regista Rai. Ildocumentario ha il patrocinio del Ministro per l’Integrazione ed è coprodotto da Flai Cgil nazionale e Less onlus di Napoli. La prima pugliese che si è tenuta a Lecce martedì scorso è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica. In Puglia il film non ha ancora una distribuzione, ma lo si può trovare al momento in alcune librerie leccesi o su internet.

Aveva 31 anni ed era a Rosarno per la raccolta delle arance. E’ morto di freddo, come altri prima di lui, il giovane liberiano di cui la breve su terrelibere.org non riporta neppure le generalità. Un altro si è tolto la vita nel Cie di Mineo. Tutti senzanome. Come quelli sepolti nelle fosse comuni salentine o lampedusane o finiti in bocca ai pesci nei mari delle nostre vacanze. Anche così se ne vanno i nuovi schiavi del terzo millennio, alla disperata ricerca di un briciolo di dignità e di pane. Ma a troppi tra noi pare ancora non interessare granchè. Pierpaolo Pasolini ci diceva nell’ultima intervista prima di essere ammazzato che a “battere sempre sullo stesso mattone, alla fine si può far crollare la casa”. E se la ‘casa’ è un sistema malato e corrotto, che genera violenza, illegalità, marginalità, disperazione e razzismo, allora chi comunica e informa per mestiere su quel mattone non deve mai smettere di piazzare i suoi colpi. Così, a più di dieci anni da “Mare nostrum” dove denunciavo tra i primi le torture e le sevizie nel Cpt di don Cesare Lodeserto a San Foca
(condanne oggi prescritte) personalmente do il mio contributo con ‘Schiavi’, le rotte di nuove forme di sfruttamento. Passando per Nardò, dove durante l’ultima raccolta delle angurie ti capita di filmare più o meno la stessa situazione di due anni fa, quando finirono dietro le sbarre con l’accusa di riduzione in schiavitù, e tuttora sono sotto processo a Lecce, 22 nostri bravi connazionali. Per merito dei Ros del capoluogo salentino e della giudice Valeria Mignone che ha istruito l’unico processo in Europa che contesta a imprenditori agricoli e caporali quel reato infame che come pratica speravamo sepolta in memorie d’altri secoli. Invece no, è roba fresca fresca, anche se aggiornata ai tempi, la nuova schiavitù. Praticata da Nord a Sud come nei ghetti del foggiano (Rignano Garganico, Stornara, Borgo Tre Santi…). Dove dilagano illegalità e diritti umani negati.

Vere e proprie bidonville che contano, nei periodi di raccolta, circa 40 mila lavoratori migranti a rischio schiavitù, come denuncia da tempo la Flai Cgil pugliese. Una manciata di euro (anche meno di 25 al giorno) per 10, 11 ore di lavoro. Tanto, se va bene, guadagnano i migranti per vendere la propria dignità di donne e uomini agli approfittatori di turno. In ‘Schiavi’ tutto questo lo racconta Ibraim, un giovane ivoriano in fuga come tanti suoi (e nostri) fratelli africani. Prima venduti ai padroni libici che mentre li sfruttavano ne hanno fatto persino merce sessuale, e poi finiti nella ‘civile’ Europa, a rotazione in qualcuna delle nostre campagne. Magari anche a morire di freddo, come a Rosarno, perché la tendopoli era piena zeppa. Tutto in mezzo ad un sistema di ‘accoglienza’ basato sull’ emergenza che sembra studiato apposta ogni volta per sperperare fondi pubblici, come con Ena (Emergenza Nord Africa, nda): oltre 1 miliardo e 300 milioni di euro gestiti per decreto berlusconiano dalla Protezione civile e prelevati a noi contribuenti con nuove accise sui carburanti. Col risultato di 26 mila rifugiati che in due anni di permanenza in Italia non hanno visto nulla di ciò che prescriveva la legge, compreso l’insegnamento della nostra lingua, ma anzi sono stati usati (e sono usati ancora adesso) come agrumi da spremere e poi gettare via. Alla faccia degli appelli del presidente Napolitano che chiede da tempo una legge sul diritto di asilo e degli strali lanciati più volte da Papa Francesco sulla “globalizzazione dell’indifferenza”.

Mi si permetta infine una riflessione a margine, rivolta in questo caso a chi si ostina a ritenere che i migranti siano troppi, brutti, sporchi e cattivi. Se non basta ricordar loro le nostre origini di popolo con la valigia di cartone in giro per il mondo a cercar fortuna, si rammenti almeno che diritti e doveri non hanno colore, sono per tutti gli stessi. Con l’impegno, speriamo contagioso, di continuare a battere su quel mattone almeno fino a quando qualcosa inizierà a cambiare. Stefano Mencherini

 
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