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di Federico Ramponi
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Per non dimenticare Santo Della Volpe e un progetto nato dal basso PDF Stampa E-mail

 

Dalla crisi del talk alla ricchezza del reportage

Duilio Giammaria – L’Unità 26 Ottobre 2015

Il mercato internazionale dell’audiovisivo di Roma, proprio in contemporanea con il festival del Cinema, è stata un’importante occasione per riconoscere ruolo e peso all’industria dell’audiovisivo in Italia e metterla in relazione con il resto del mondo. Non è una novità: in Italia chi ha una visione e un’attività capace di dialogare con il mondo regge alla crisi e cresce, chi ha una visione nazionale, se non locale, delle vicende e dei mercati, perisce.

Questa constatazione si applica tanto più e meglio all’audiovisivo, in cui “emergono, con grande evidenza, due pattern: produttori capaci di sviluppare progetti internazionali (uno per tutti la Wild Side che sta lavorando con la regia di Paolo Sorrentino a una serie intorno sul “giovane Papa” in collaborazione con HBL e Canal+) e chi si accontenta che la committenza interna, essenzialmente quella della RAI, copra i costi di produzione di fiction che non hanno nessuna ambizione di “superare” le Alpi ed essere esportate.

In questo contesto si inserisce anche il dibattito, tutto italiano, sulla crisi del talk-show. Basta scorrere le rassegne stampa di quotidiani e settimanali per accorgersi che qui da noi l’informazione di approfondimento televisiva è del tutto schiacciata su questa questione. La ragione è che i nostri palinsesti, dalla primissima mattina alla tarda notte, sono un susseguirsi di studi televisivi in cui una pletora di ospiti, sempre più o meno gli stessi, tra politici e commentatori, gioca una sempre più logora partita di ping-pong, in cui si perde senso e significato. Le voci si sovrappongono, e numeri e cifre, anche su questioni cruciali macroeconomiche, diventano materia di conversazione da Bar dello Sport: “… Guarda che il mio attaccante è meglio del tuo; il mio schema di gioco è vincente …”. E via commentando. Che questo genere d’informazione sia poco utile alla formazione di un’opinione ragionata è del tutto evidente, come appare chiaro che sia un rischio persino per la democrazia stessa: se la politica e il giornalismo si prestano al gioco del casting televisivo, se accettano il funzionamento “drammatico” allo scopo di creare un’artificiosa rappresentazione adatta solo a trattenere l’attenzione del pubblico, e quindi degli ascolti, perdono entrambi il senso della propria missione. Tornando al MIA, ho avuto il piacere di moderare una tavola rotonda con i rappresentanti dei principali gruppi televisivi pubblici europei (BBC, Arte France, France 5, Danimarca DR, Svezia SVT, Canada SRC e Australia SBS), e per l’Italia lo stesso Ministro della Cultura e Turismo Dario Franceschini, Giancarlo Leone direttore di RAI e David Bogi di Raicom. L’ambizioso titolo “Il servizio pubblico internazionale a un punto di svolta”, in realtà sottendeva una domanda ben più specifica: perché tutti i servizi pubblici europei e internazionali dedicano ampie risorse al genere documentario e reportage? La risposta è doppia: dal punto di vista industriale produrre reportage e documentari, pur con costi molto più elevati del talk show, realizza un plusvalore molto maggiore. Un documentario, ad esempio non perde valore alla messa in onda, può essere utilizzato e riutilizzato (programma di stock, in gergo), può essere distribuito e venduto; allarga immensamente la filiera degli addetti ai lavori che ci lavorano e, se ben realizzato, si ripaga e produce utili. La seconda risposta è più “politica”: documentari e reportage offrono la possibilità di una seria e circostanziata analisi e riflessione, consentono di portare le telecamere là dove avvengono i fatti, evita quella fastidiosa distorsione di sentir parlare di cose ed eventi che gli stessi commentatori conoscono appena.

Documentari e reportages diventano strumento di formazione di opinione “informata” per il proprio pubblico. Quando poi, tale “prodotto audiovisivo” viene venduto e circola sui palinsesti di altri paesi, è un’ottima opportunità di irraggiamento culturale, portando all’estero opinioni e modi di vedere che rappresentano le sensibilità nazionali. Così la rete televisiva franco-tedesca ARTE(voluta da Mitterand e Kohl) che produce migliaia di ore all’anno di documentari di altissima qualità, sta per trasmettere un reportage sulla repressione del regime di Assad: torture e veri e propri sistematici massacri, immagini che ci ricordano che non basta essere contro l’ISIS per giustificare l’appoggio ad Assad (posizione della Russia, per intenderci), ma cercare la strada di un riconoscimento della opposizione civile e militare al regime (posizione certamente francese, ma anche europea in genere). Discorso ulteriore per il nostro Paese meriterebbe poi il documentario dedicato ai beni culturali: quale migliore settore per l’Italia di trovare un modello di business e uno stile narrativo che consenta di valorizzare al meglio il nostro formidabile giacimento di storia e bellezza?

 

 

Un laboratorio Rai per ricordare Della Volpe

Stefano Mencherini – Giornalista indipendente e regista RAI – L’Unità 27 Ottobre 2015

Inutile dire che le considerazioni di Duilio Giammaria su l’Unità del 26 ottobre, da “addetto ai lavori” ma anche da telespettatore accorto, non possono che essere ampiamente condivisibili. Il chiacchiericcio dei talk; la taverna degli ospiti, sempre gli stessi, sempre apparecchiata secondo i possibili favori dell’Auditel; i temi seri e profondi che stanno sulla pelle dei cittadini trattati troppo spesso senza una riflessione, un approfondimento, con una superficialità nauseante; e così via …

Del resto il gradimento insieme ai dati di ascolto di chi la televisione la guarda ancora, stanno lì ad indicare la fuga, il disinteresse, a volte anche il disgusto per l’elettrodomestico un tempo più amato dagli italiani. Certo non conviene mai fare di tutte le erbe un fascio: parlando di servizio pubblico televisivo infatti resistono ancora alcuni baluardi di qualità come “Report” e “Presa Diretta”. Ma non bastano. E il conduttore di “Petrolio” giustamente affonda la riflessione sul tema reportage e documentari. Con una piccola dimenticanza, però. Che anche e proprio da questo giornale ha avuto ampia risonanza solo qualche manciata di mesi addietro: la proposta di un Laboratorio di produzione-scuola di documentari, targato Rai, che neppure Bbc ha mai avuto, e che potrebbe onorare non solo la mission dell’azienda in tempi di grandi e auspicati cambiamenti, ma portarci anche sui mercati esteri con dignità e ritorni economici. Ci provammo con alcuni colleghi Rai come Santo Della Volpe a spingere il progetto che nasceva dal basso e non aveva padrini politici.

Mettemmo in piedi “LaboreRai”, una rassegna di tre giorni all’Isola del Cinema di Roma con incontri e proiezioni, andammo persino alle Giornate degli autori a Venezia per parlarne pubblicamente, organizzammo (a nostre spese) la prima Assemblea Pubblica per la costituzione del Laboratorio alla Casa del Cinema di Roma, con molti documentaristi del Servizio Pubblico e non, con ospiti autorevoli e interessati come l’allora membro del CdA Gherardo Colombo, come Giorgio Gosetti, critico e oggi direttore della Casa del Cinema, come Sergio Zavoli che fin troppo generosamente seguiva l’evolversi della situazione con la disponibilità a garantire una sua supervisione al progetto nel momento in cui sarebbe decollato. Sarebbe. Perché nonostante l’interesse mostrato anche dall’allora presidente Tarantola e dal Dg Gubitosi, tutto finì nel dimenticatoio. Anche i rapporti avviati col Centro Sperimentale di Cinematografia e con l’Istituto Rossellini per la parte della formazione.

Ecco, se oggi a qualcuno tornasse in mentre quel progetto in meno di un anno Rai potrebbe essere operativa ed iniziare a competere su vari fronti. Magari proprio intitolando il Laboratorio a Santo Della Volpe che ci ha lasciato, sgomenti, pochi mesi fa. Altro che chiacchiere. Con una sorpresa, anche per i “miscredenti”: un buon reportage, un bel documentario, costano molto meno di un’ora di talk e, come scrive Giammaria, hanno il fiato lungo. Molto più lungo.

 

 
 
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