Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
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Io so ... e vi dico anche i nomi di chi sta distruggendo la Rai (prima parte) PDF Stampa E-mail

 

 

Io so perché la Rai non riesce a ripartire dal Servizio pubblico. Io so come mai il suo esercito di quasi 12 mila dipendenti è a dir poco sfiduciato, depresso, o spesso addirittura nullafacente o mobbizzato. Io so perchè i denari del canone fanno gola a tanti e in tanti ci immergono le mani. Io so tutto questo, proprio tutto. E conosco anche i nomi.  I nomi, i cognomi e le varie sigle di chi l'ha consumata, la nostra Rai. Di chi l'ha ridotta come un calzino rivoltato, pur di quelli buoni ma sempre e soltanto rivoltato e liso in più parti. 

 

Partiamo dai contenuti, costantemente influenzati dalle pressioni della politica di qualsiasi origine, bandiera e grado. E per contenuti si intende tutto ciò che va in onda nelle reti  e nel multimediale.

 

Per statuto ogni manciatina d'anni alla Rai viene designato un nuovo Ceo e relativo fiammante Cda. Non parliamo poi delle leggine fatte ad hoc per garantire sempre alla politica il comando. Ne ricordiamo alcuni di Cda, con vertici dai nomi che hanno fatto la storia non edificante del Servizio pubblico : da Cattaneo a  Masi, quello sbeffeggiato in diretta da Michele Santoro; da Saccà a Alfredo Meocci, colui che costò ai contribuenti diversi milioni perché ineleggibile: veniva dall'Agcom, sotto la cui sorveglianza vi è appunto Rai. Perché dopo quello dei 'professori' con Letizia Moratti presidente, l'ultimo forse meno dipendente in toto dalla politica, in Rai è stata vera e propria invasione: Ulivo, Ds, Pd, Msi e poi An e poi ancora Forza Italia e Fratelli d'Italia e  Lega uno e Lega due. Oggi come sappiamo bene al governo coi 5 Stelle. 

 

E capitava che ognuno, mentre metteva dentro i propri, che tra l'altro poco o nulla avevano quasi sempre a che fare con le professionalità richieste, blaterasse di lottare per una Rai fuori dalle pressioni dei partiti, accusando per contro i dirimpettai di occuparla militarmente. Uno spettacolo indecente che si è perpetrato per decenni e che di volta in volta ha reso l'azienda più fragile, più vulnerabile. In una redazione storica come Linea Verde, ad esempio, c’erano periodi che tra il figlio della segretaria particolare di Licio Gelli tal Gianluca Ciardelli, improvvisato autore,  fratelli sorelle parenti di importanti politici del momento o uffici stampa del ministro di turno o ancora starlette buone solo per il letto, si finiva per perdere il conto. Nonostante tutto ciò e molto altro che voi umani neppure immaginate, miracolo dei miracoli, l’azienda di Stato è sempre rimasta in piedi. Grazie soprattutto ai suoi dipendenti. Anzi, in alcune occasioni la tivù di Stato ha mandato in frantumi la concorrenza, eppure il più delle volte ha subito pesantemente gli occupanti di turno. Da Veltroni a Renzi, per parlare solo di ‘big’ passando da Berlusconi che la colonizzò, l'azienda pubblica, infarcendola di dipendenti Mediaset, ovviamente piazzati nei luoghi strategici per gli interessi dell’ex Cavaliere. Oggi tocca alla Lega e alle destre di governo fare strike. Peggio per il Servizio pubblico, propagandato a pieni schermi, sì, in realtà per nulla frequentato. Questa e la tivù pubblica, bellezza. Costume consolidato e apprezzato tra vertici e alte sfere. La malapianta. Che si racconta anche parlando di noi, noi ‘fissi’, col culo al caldo pensano tutti. E invece no, perché la maggior parte di quella pletora di colleghi, più o meno dodicimila senza indotto, prende una media di 1700 euro dopo una ventina d’anni di lavoro altamente specializzato, nelle produzioni o negli uffici, nelle redazioni o nelle regie. Mentre sono decine e decine i milioni che si spendono per un nome o per l’altro. Per un ‘target’ o l’altro.

 

Ma come fa una macchina che macina decine di migliaia di ore ore di messa in onda all’anno a stare al passo coi tempi, con le nuove tecnologie e la liquida società con cui abbiamo a che fare? Negli anni, nei decenni si può tranquillamente affermare, la macchina del personale, l’organizzazione del lavoro, la assurda mole burocratica di firme mail carte cartine e cartoni, è ferma all’anno Mille. Decine e decine se non centinaia di colleghi sono oggi quasi totalmente tenuti da qualche parte a non far nulla, migliaia sono i sottoutilizzati, decine e decine i mobbizzati e così via. Un popolo di senza terra ormai, depressi e arrabbiati, altro che mamma Rai.

 

Sentite questa che è lo specchio del resto. RaiDue ha due registi interni capaci di gestire prime serate ed esterne complesse. Gente che nel curriculum annovera programmi che hanno fatto la storia della Rai. Uno non lavora da oltre due anni. Ma non lavora non lavora, nel senso che va, striscia il badge, fa le sue otto ore e mezza davanti a un pc o al telefono, nel migliore dei casi, e poi torna a casa. Così tutti i giorni. L’altro invece è più fortunato: in quattro anni alcuni mesi è riuscito a sfangarla lavoricchiando un pò. Perché per certe dirigenze è più importante ungere a destra e a manca all’esterno e reperirlo lì il professionista di turno. Così si garantisce la continuità nell’interesse privato o di casta e i soldi girano. Oppure, come nel mio caso, dopo circa 27 anni passati a firmare programmi e filmare in mezzo mondo, dalle catastrofi naturali alle criticità sociali, solo perché non ti va più di girati dall’altra parte e denunci internamente il malaffare, capita che ti ritrovi in qualche Cayenna attrezzata a farti impazzire per mesi e mesi. Così va il mondo. Più o meno dappertutto.

 

Luciano Flussi è il plenipotenziario del Ruo. A singhiozzo da almeno una ventina d’anni. In Rai il Ruo sovrintende a tutto ciò che ci siamo appena detti, dalla gestione delle ‘risorse umane’ all’organizzazione generale. Lui è un senza quota, nel senso che appartiene a quel ‘partito Rai’, sempreverde e trasversale, che se i governi traballano o i nuovi vertici come spesso accaduto non sono all’altezza, prendono il comando, contattano, contrattano, commerciano, si promuovono e cercano di garantire una solo apparente pax aziendale che però si concretizza nelle numerosissime cause di lavoro intentate da dipendenti e quasi sempre vinte. Con milioni e milioni degli abbonati buttati nel cesso. Tanto non sono loro. Roba da chiodi, eppure va cosi. E i flussi, nonostante i mille dossier  che giurano nefandezze sul loro conto, diventano sempre più potenti anche se a ridosso della pensione. Che porterà  in dote qualche milioncino e magari li potrà anche vedere, come accaduto,  gestire qualche produzione esterna o ufficio di idee e commerci audiovisivi vari. Come potrebbe capitare pure a Francesco Pinto, altro unicum di longevità nel ruolo: direttore per 23 anni più o meno. Del Cptv di Napoli, un centro di produzione fiore all’occhiello dell’azienda, inaugurato da Amintore Fanfani nel ’63, unico polo di Servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale di tutto il Mezzogiorno. Che però non produce più da almeno 15, 20 anni. Che da oltre 900 dipendenti è sceso a 400 e si limita a coprodurre il grosso con appalti e multinazionali, vedi il fortunato ‘Un posto al sole’, soap più vista, più longeva e apprezzata nel panorama italico di ieri e di oggi …. 
 
1 continua
 
Stefano Mencherini, giornalista indipendente e regista Rai

 
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