Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
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"Mare Nostrum" a scuola PDF Stampa E-mail
Le ripeture censure televisive non hanno impedito a questa inchiesta filmata di entrare in alcune scuole o nelle tesi di alcuni studenti universitari. Anche all'estero. Prossimamente ne daremo conto piu' dettagliatamente. Nel frattempo pubblichiamo il resoconto di Carla Castelli, un'insegnante bolognese, che grazie anche a Mare nostrum ha iniziato un percorso didattico in classe sui temi dell'immigrazione.
 
“Mare Nostrum” e la didattica:
esperienza in una scuola bolognese

Prima di mostrare il film alla mia classe 2M dell’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani di Bologna, avevo alcune perplessità: le immagini crude del naufragio non saranno troppo forti per dei quindicenni? La tematica dell’immigrazione clandestina potrà realmente interessarli? Ne capiranno il senso? Come reagiranno quelli di loro tendenzialmente portati ad assumere atteggiamenti razzisti e prevenuti?

Durante la proiezione, le chiacchiere sono scemate progressivamente, sostituite da un silenzio talvolta brontolato, talaltra assoluto e avvinto. Al termine, come previsto, sono piovuti interrogativi pressanti, anche polemici: perché parliamo di sbarchi dall’Albania quando sono cessati? Perché Berlusconi ha pianto? Perché rischiare la vita su un barcone? Perché gli stranieri non stanno a casa loro?
 
Non ho fornito risposte calate dalla cattedra ma ho posto altre domande: i frequenti ed attuali sbarchi a Lampedusa sono così diversi? Avete più visto Berlusconi piangere? Perché gl’Italiani nel secolo scorso fuggirono a milioni verso i Paesi più ricchi in condizioni disperate? Perché il flusso migratorio dal nostro sud alle regioni del centro nord continua inesorabile? Perché il film è intitolato “Mare Nostrum”?

Ne è seguito un dibattito, in certi momenti anche acceso, che ha diviso i ragazzi sostanzialmente in tre gruppi: quelli fermi sui loro principi di preconcetto razzismo, quelli saldi nelle loro aperture progressiste, quelli tristi, di una adolescenziale tristezza delusa. I primi hanno diffidato, criticato, dichiarato che il film si focalizza su un aspetto marginale: la realtà circoscritta al Regina Pacis non è la realtà generale, ha detto (con altre, più semplici parole) Vincenzo.

Quelli già aperti al problema hanno dichiarato che Mencherini, ficcando il dito ben dentro la piaga, accusa senza mezzi termini e induce a porsi dal punto di vista dell’altro: “Come ci si deve sentire a essere trattati come bestie!” ha osservato il sensibile ed impegnato Luca. Quelli tristi si sono visti confermare che il mondo è uno schifo, una delusione sul piano politico, sociale, affettivo: “Non si può fare niente per cambiare, vede prof., ha detto anche lei che nessuno ha mandato in onda il documentario, che l’autore ha dovuto pagarselo da solo! Cosa sperava di ottenere? Per fortuna nel mondo esiste la musica, quella del filmato è stata scelta bene, è bella!” ha concluso malinconicamente Matteo.
 
Il dibattito è poi stato formalizzato e approfondito in un compito scritto.
Nei temi sono emerse meglio le impressioni individuali. Alcuni studenti hanno confessato di essere rimasti molto colpiti dalle immagini dei morti, dal freddo interramento delle bare anonime, dall’imposizione di carne di maiale ai musulmani, dalla violenza che il fenomeno migratorio porta con sé.
 
“Quelle bare senza nome mi hanno fatto un po’ piangere…ma non come Berlusconi” ha scritto Luca (un altro, nella classe 2M ci sono quattro Luca).
Altri hanno affermato che neppure la migrazione degli uccelli è un lungo volo libero, bensì uno stretto passaggio di morte (seppure in forma meno poetica).
Qualcuno ha semplificato: spostarsi comporta sempre dei rischi.
 
“Non pensavo che la Chiesa potesse essere implicata in queste schifezze” ha confessato Dario. “C’era da immaginarselo! Avevo già sentito dire che nei centri di accoglienza ci sono simili problemi, ma qui l’ho proprio visto!” è scritto nel tema di Francesco, che deve spesso fare i conti con la sua origine peruviana dipinta a chiare tinte sul viso. “Anche a Bologna c’è un casamento dove gl’immigrati vengono tenuti quasi prigionieri, me l’ha detto uno della mia parrocchia che ci fa volontariato” ha denunciato Michele.

Sam, che viene dal Bangladesh ed è musulmano, ha preferito dare una versione più positiva del problema: “Non a tutti gli stranieri capitano cose brutte, mio padre è stato regolarizzato, abbiamo una casa ed un negozio. Certo la sera non posso uscire perché per strada potrebbero picchiarmi ed anche a scuola qualcuno mi prende in giro, ma se sono bravo e prudente non mi succede nulla di male. Almeno spero…”. Simone ha concluso il suo tema chiedendo: e noi, cosa possiamo fare?
 
A queste lezioni è seguita la visione dello spettacolo teatrale “Naufragio” (già in cantiere per la verità, ma pienamente coincidente), recitato da studenti italiani ed albanesi della nostra scuola. La trama fornisce altri spunti di riflessione: due ragazzi italiani razzisti scoprono di essere albanesi adottati e, in una sorta di thriller, vanno alla ricerca delle loro radici. Naim grida rivolto al pubblico: “Sapete, voi, cosa vuol dire rischiare la vita su un gommone? Altro che cercare emozioni forti buttandosi da un ponte con gli elastici ai piedi!” Intanto Genti danza sulle note di un canto tradizionale albanese.
Il film duro, vero, incisivo e lo spettacolo più lieve, semplice, didascalico.
 
Due modi diversi per affrontare le stesse tematiche.Dopo queste esperienze siamo tornati alla nostra piccola realtà di aula e cattedra, per l’ultima lezione frontale. Abbiamo quindi concluso che il film di Stefano Mencherini ha un valore politico molto chiaro e oltre le parti poiché ci ha mostrato l’uso strumentale e propagandistico di ogni evento da parte di chi esercita, a vari livelli, il potere. Ne abbiamo poi colto alcuni spunti di riflessione filosofica: cosa intendiamo per umanità e perché tale concetto è oggi così spesso ignorato; gli uomini senza nome non esistono, neppure come miseri resti; il mio punto di vista ed il tuo punto di vista possono coesistere nel giusto punto di vista. Più in generale abbiamo riflettuto sul significato culturale di “Mare Nostrum”: occorre scavare sotto la superficie delle cose, vedere oltre le semplici notizie e le informazioni che ci vengono propinate in fretta, informarsi, dare voce a chi non l’ha, dare visibilità a chi sembra non esistere, saper ascoltare attentamente.
 
Carla Castelli
 
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