Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
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I ragazzi di Rebibbia PDF Stampa E-mail


Rebibbia ottobre 2001

di Stefano Mencherini, Foto: Maki Galimberti ©

 

 

Sta sdraiato sulla panca e suda. Settanta, ottanta, poi più di cento chili. Li solleva più volte con gli occhi stretti e con le vene che pare gli escano dalle braccia. Si ferma, ti guarda e risponde:”Tre botte a altezza d’uomo e gli ho centrato una spalla. Ma se andava bene mi sistemavo”. Le tre botte erano tre colpi di 7.65 parabellum. La spalla, quella di un vigilantes di scorta a un blindato della Sekurmark. Il bottino, una miliardata tra contanti e valori bollati. Ma non ce l’hanno fatta Alessandro Muto, oggi ventiquattrenne, e i suoi. Ci hanno provato con due moto e una jeep a bloccare il furgone e a portare via il bottino, ma quelli hanno risposto al fuoco e loro sono scappati. Poi li hanno presi. Tutti. Il Muto ha fatto cinque anni di boxe “a livello agonistico” prima di dover gettare la spugna a causa di un incidente e di mettersi a fare il balordo.

 

Si vede dal naso che sul ring c’è stato davvero. Quello che non si vede sono i due tentati omicidi, per i quali è stato condannato, che ti racconta senza fare una piega. Nella palestra del G 8 accanto a quella panca c’è Claudio Lancia, vicino di casa di Alessandro anche fuori, dalle parti di Tivoli. Di chili ne tira su 130, “ma posso fare di meglio”. Lui con una calibro nove ha sparato prima in testa a un pitbull che gli avevano lanciato contro e poi addosso ai suoi padroni. Claudio ha cominciato presto finendo al minorile di Casal del Marmo “per un succhio di benzina”. L’eroina era la sua droga preferita: ne è uscito a pezzi. Ora gli restano altri quattro anni e mezzo da fare.


Benvenuti nel condominio di Rebibbia nuovo complesso, via Majetti 165, Roma. Ben arrivati nel terzo carcere più grande d’Italia, dove potrebbero starci meno di mille detenuti e invece ce ne stanno oltre 1600 con un turn over di 7000 all’anno. Dove le storie di ordinaria violenza si mischiano a quelle di vite vissute come vuoti a perdere. E dove dietro ad ogni carcerato c’è un uomo a cui si deve dare l’opportunità di cambiare. “La pena deve essere finalizzata alla rieducazione”, lo dice anche la legge. Altrimenti non serve a nulla. Lo sanno bene anche Massimo Di Rienzo, il direttore, e don Sandro Spriano, il cappellano. “Per quello che posso cerco di gridare un po’, di denunciare che cosa non va”, dice questo sacerdote di origine piemontese che vive qua dentro “ da dieci anni a tempo pieno”.


Anche lui spara, solo metaforicamente:”Nelle carceri italiane ci sono 54 mila detenuti a fronte di 32 mila posti. Sono condizioni contro la dignità umana. Oltretutto la lentezza della giustizia fa sì che la pena arrivi troppo spesso anni e anni dopo aver commesso il fatto e ciò oltre ad essere profondamente ingiusto impedisce la rieducazione”. Ne avrebbe da dire chissà quante don Sandro, “contro gli slogan sulla certezza della pena, la strumentalizzazione e l’indifferenza della politica”. Oppure sul carcere dei poveri (“come Caritas ci servono oltre dieci milioni al mese per distribuire vestiario e prodotti per l’igiene a chi non ha nulla”) e quello dei ricchi (“che quasi sempre riescono a non farlo”).


Ma una suorina lo tira per il maglione: C’è un detenuto che ha bisogno di… C’è un familiare che chiede quando… L’educatore del G 11 vuole sapere perché…”.
Guai a chiamarli secondini i 776 uomini che lavorano qui. Da quando è stato istituito il corpo di polizia penitenziaria sono agenti a tutti gli effetti e non gradiscono scorciatoie. Vittorio Pappalardo è un ispettore di trentadue anni, uno che è andato al Gay Pride “per essere solidale con la causa omosessuale”. Da dodici è nell’amministrazione penitenziaria, ha studiato, sa come prendere i detenuti. Ci accompagna nella sezione dei transessuali, due file di piccole celle sistemate una di fronte all’altra, da dove escono dell’house a tutto volume e alcune grida sguaiate.


“Regina” sta in fondo al corridoietto con la sua corte di ancelle a fianco. Bionda, con due labbra rosse e lucide come una mela, è l’anziana del gruppo e viene dalla Colombia come quasi tutte le sue colleghe. Alcune fanno il tifo dalle celle: sotto c’è il campetto di calcio dove stanno giocando quelli del G 12 contro un gruppo di volontari di una parrocchia di borgata. A sentir loro sono tutte innocenti (come la gran parte dei detenuti). Al massimo sono qui per oltraggio o resistenza a pubblico ufficiale. Per molte sarà così, ma se chiedi notizie su quella che ti ha appena mollato ti dicono che è stata arrestata con una valigia piena di coca. Jessica-Garcia e Jennifer-Gustavo si dimenano un po’. Una di loro si avvicina al cancello della sezione e da lì sbatte provocatoriamente le due grandi tette in faccia ai maschietti del G 8, il reparto dei definitivi dove c’è gente che da vent’anni non caccia il naso fuori dalle mura.


Paola-Luigi invece si affianca a noi in punta di piedi. E dopo aver giurato di essere abbonata a Max dice che vuol parlare dell’Aids, “di come sta un malato qua dentro, di cosa è costretto a subire”. Ma non ora, “magari domani se ripassate di qui. E portatemi dei cioccolatini!”.
Chilometri di corridoi, centinaia di cancelli, migliaia di telecamere. La maratona continua tra un reparto e l’altro. Con qualche sorpresa, come la sala prove dei “Presi per caso”, una band che ha già sfornato un paio di cd e ogni tanto porta la propria musica in trasferta: a giorni saranno nel femminile, un altro carcere sempre dentro ai 27 ettari delle mura di Rebibbia.


Oppure Papillon, la biblioteca centrale, dove un collettivo di detenuti guidati da Toni Aquilini (un ex gruppettaro incastrato per due etti di coca) invece che rispondere preferisce farle le domande:”Perché mille morti nel Duemila dentro le patrie galere per mancata o carente assistenza sanitaria? Perché sessanta suicidi, 6.536 atti di autolesionismo, 1.800 ferimenti?”.
Il G 14 è un piccolo ospedale. Tre piani per sessanta posti letto. Di diverso dal resto c’è il colore delle sbarre e l’odore di vernice fresca. Angelo è uno degli undici in Aids conclamato. Sbuca dalla cella con dei fogli in mano:“Ispettore, ispettore, permetta un attimo!”.


In quelle carte che gli ha fotocopiato l’avvocato c’è un’ordinanza, firmata dal magistrato di sorveglianza più di venti giorni fa, che gli sospende la pena a causa della malattia. Nessuno ne sa niente. La sua scarcerazione “si dev’essere persa per strada -dice un agente- perché neppure giù in matricola ne sanno qualcosa”. Angelo non ci vuole credere:”E adesso?”. Adesso non gli rimane che sfogarsi col muro. Poi si vedrà. Ed ecco un’altra storia, dipanata in una manciata di minuti come per esorcizzare la rabbia o la rassegnazione. O tutte e due insieme. Neanche lui sa come si è contagiato, perché tossico non è mai stato e “con le puttane è una vita che non ci andavo”, ripete. L’Hiv l’ha trasmesso senza saperlo anche alla moglie che “oggi pesa quaranta chili ed è più di là che di qua”.


Per fortuna i loro due figli sono sani, ma non sanno della malattia dei genitori. O così credono Angelo e sua moglie. Meglio pensare a quando faceva il camionista col suo Fiat M 50 rosso, a caricare e scaricare frutta e verdura, piuttosto che ricordare quando si è messo a spacciare cocaina a chili o chiedersi ancora una volta come ha fatto a diventare sieropositivo. Ma è più forte di lui. E ti gela:”Cerco di pensarci il meno possibile, ma vivo faccia a faccia con la morte. Spero solo di crepare fuori di qui”. C’è anche qualche “celebrità” a Rebibbia, come in qualsiasi carcere che si rispetti. Il 41 bis, l’articolo del carcere duro (isolamento, ora d’aria in gabbia di cemento e filo spinato, colloqui dietro un vetro blindato…), lo stanno scontando in cinquanta.


Tra loro ci sono Brusca, tutta la famiglia Madonia, quella della “Stidda”, la cosca sanguinaria radicata tra Catania e Caltanisetta, e quel Profeta che mise la bomba nella 126 che fece saltare il giudice Borsellino e la sua scorta. Quello che cerchiamo però non è nella sezione di massima sicurezza, anche se un nome, anzi un soprannome famoso ce l’ha.


Per mesi le cronache raccontarono quel delitto così raccapricciante da ricordare Hannibal. “Che te credi che arrivi tu callo callo e io te do l’esclusiva? Ma c’ho o sai che i colleghi tuoi me stanno a sfinì e m’hanno offerto anche 120 mioni?”. Così il canaro della Magliana. Che vuole farsi dimenticare anche perché ha “una figlia e una moglie che non l’hanno mai abbandonato e che meritano rispetto”.


Moglie e figlia (in arrivo tra poco più d’un mese) ce l’ha anche un ragazzetto che in un colpo solo ha avuto nove revoche di sospensione della pena per qualche bustina di roba e un tentato furto. Aveva smesso di farsi da qualche anno, aveva trovato un lavoro fisso e stava per sposarsi. La “giustizia” italiana ha pensato bene di risbatterlo in galera (come succede spesso, assicura don Spriano) e vanificare tutto. Aldo aspetta l’ora del pranzo. Due compagni di cella cucinano qualcosa su un fornelletto a mezzo metro dalla turca, dentro l’angolo di gabinetto che gli è concesso. Sui muri qualche svastica lasciata da chissà chi. Sulla branda di Aldo “Famiglia Cristiana”, le lettere della compagna, qualche foto.


Francesco Lamonaca ha passato i Sessanta. Arriva con le pillole per il cuore in mano e mani e voce che tremano. La mazzetta che lo hanno accusato di aver preso, dopo “tre decenni di onorato servizio come geometra al comune di Roma”, era di diciassette milioni. Lui la chiama consulenza. Avrebbe tentato di favorire “il nipote di un grosso personaggio televisivo” che chiedeva un condono edilizio (che non poteva avere) per il suo centro sportivo. Il fatto è accaduto in piena Tangentopoli, undici anni fa. Il geometra è in carcere da sei mesi e dovrebbe rimanerci ancora tre anni. Il signor Giovanni però batte ogni record. Il delitto per cui è stato condannato in contumacia a trent’anni è datato 1953. In carcere c’è finito nel 1988.


Lo ha riconosciuto, in un paesino siculo dove faceva il barbone e tutti lo chiamavano “Nino lo scemo”, un carabiniere che da giovane era un suo compaesano. Analfabeta, il signor Giovanni ha studiato in carcere ed è riuscito a chiedere la grazia che gli è stata negata da un vecchio Presidente della Repubblica. Il suo avvocato è morto, tutta la documentazione del processo è andata persa. Eppure ci riproverà, ritenterà a settantaquattro anni a chiedere nuovamente la grazia. Distinto, con la barba bianca e in tasca le sue “dodici pillole da prendere ogni giorno”.
“Fine pena mai”, quella degli ergastolani. Con loro ti passano davanti decenni di amministrazione penitenziaria. I più duri in assoluto. E storie di vita e nomi che fanno la storia recente, nerissima, del nostro Paese.


Da Cutolo a Curcio a Vallanzasca. Gaetano Mirabella era il capo del clan rivale di Epaminonda, il re delle bische nella Milano anni Settanta. E’ accusato di aver partecipato alla strage di via Moncucco, dove in un locale della Barona trovarono “sette o otto cadaveri” della banda nemica. “Per sentito dire mi trovo qui. Per l’infamia di due pentiti e per colpa di un giudice che disse: se l’ambiente della mala ritiene Mirabella colpevole di quella strage dev’ essere vero. Capito?”. Poi, a riprova di ciò che dice, ti riempie di vecchi ritagli di giornale. Mario Astorina invece non ha mai ammazzato nessuno, fuori. Ma dentro ne ha “sistemati” cinque. ”Nel carcere di Novara era quello che giocava a palla insieme a Concutelli con la testa di un detenuto che aveva appena decapitato”, ricorda un agente.
E lui:”C’erano regole non scritte che si dovevano rispettare, altrimenti toccava a te. Erano gli anni in cui le guardie entravano incappucciate nelle sezioni e ti massacravano. Gli anni delle rivolte e del terrorismo. Ti facevano spogliare nudo e via, flessioni e botte, flessioni e botte. Allora ci si sedeva a tavolino e si decideva qual’era l’infame che doveva morire tra quelli che avevano mandato dentro i propri compagni o se l’erano cantata con le guardie”. Astorina oggi ha quarantasei anni e da quando ne ha diciannove (“ero un debosciato che faceva lo sborrone tra belle donne, soldi e macchinoni ”) non è mai uscito. Solo una volta, in permesso, ma non ha rispettato gli obblighi e “per una scopata” si è giocato tutto.


Quando ricorda Vallanzasca e la Santabarbara che gli trovarono in cella, a Spoleto, durante una tentata evasione ride:”Il pelliccia, un grande, lo chiamavamo così perché se la voleva portare perfino in cella!”. Astorina è un uomo piccolo, minuto, un fascio di nervi. E quelle “sono storie vecchie”, chiosa. Oggi fa l’informatico e ha fondato, oltre alla biblitoteca Papillon, un circolo di Lega ambiente. Sì è anche innamorato di una volontaria. Per lui “Rebibbia è un asilo più che una galera”. Ma l’ergastolo cambia ovunque le carte in tavola:“Ti uccide ogni volta perché ti costringe a vivere ogni giorno. Meglio la pena di morte”.

 
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