Colpo Grosso

a tutta scena
di Federico Ramponi
Radio Onda Rossa


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MUSICA

 

POESIA

 


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di Stefano Mencherini, Foto di Maki Galimberti ©

 

C'è un pezzo d'Italia dove la legge che doveva chiudere i manicomi non è mai arrivata. Gli hanno cambiato nome, ma la sofferenza è la stessa. Dietro le sbarre, malati pericolosi, piccoli delinquenti e sbandati senza famiglia. Come ad Aversa, dove chi entra spesso resta per sempre

 

«Il fatto succedette all'età di 51 anni e mi capitò che avevo bevuto molto vino. Passò per caso una signorina che dopo mi disse che aveva 14 anni ed io col suo fratellino li comprai un gelato e poi la portai al cinema. All'uscita del cinema quella mi baciò sulla guancia e dopo andammo sul molo e facemmo 1’amore. Quella ragazzina si confidò con la mamma e quella mi denunciò. Alla chiamata dei Carabinieri io mi presentai e quelli mi lasciarono un anno a piede libero. Finito quest'anno, nell'88 mi portarono a Castiglíone delle Stiviere dove mi trovai bene. Poi con 1’assistente sociale feci una domandina per Aversa o S.Eframo» (da Nabuc, periodico dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, Caserta. Giugno 2001).

 

 

Il manicomio criminale di Aversa lo chiamano così: Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Con le tre iniziali maiuscole. Ma è una galera come quelle di Reggio Emilia, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino. Per Castiglione delle Stiviere invece, chissà perché, è diverso. Lì l'ospedale esiste davvero, con tanto di piscina, palestra e sala da biliardo. In Italia sono milleduecento gli internati, unità più, unità meno. Centosettantanove di loro sono rinchiusi ad Aversa. Il primo, il più grande, il più vecchio di tutti. Inventato nel 1876 ai tempi del Lombroso. Una casa di pena per invalidi, trasformata «in assenza di disposizioni legislative» in «sezione per maniaci». Sul tetto, a metà degli anni Settanta, è morto un terrorista dilaniato dalla bomba preparata per far scappare alcuni compagni. Da qui, nel '78, è evaso Cutolo. Un anno dopo si è impiccato un vecchio direttore.
Nel terzo reparto della divisione A stanno dando la buonanotte ai «ricoverati» prima di chiuderli in cella. Sono le sette di sera. L'infermiera spiana le dita con sicurezza tra alcune decine di scatole di medicinali: neurolettici e psicofarmaci dai nomi quasi sempre simili. Eccoli qua i «mostri». Considerati gli Hannibal di casa nostra, gli scarti radioattivi di questa società. Gaetano Calabrese ha gli occhi verdi e i denti marci. È quello che in gergo chiamano borderline, un uomo che vive «sull'orlo» tra normalità e malattia. Trentacinque anni spesi male, i suoi. Passati prima a sniffare e poi a iniettarsi eroina da quando ne aveva quindici. Qualche furto e qualche tentata rapina, sempre per comprarsi la roba. Un'ex fidanzata tossica e «prostituta per necessità». Una famiglia modesta: la mamma che vende frutta in un mercato rionale di Genova e la sorella che «fa i conti in casa». A lui bastano dieci gocce di En per dormire, come a qualsiasi casalinga stressata. Solo che qui «si mangia da schifo e non si fa l'amore ». Si paga con se stessi. Nonostante il bromuro o qualche altra diavoleria chimica studiata per annullare l'erezione.

 

 

«Qui dentro il sesso avviene nelle docce dove uno si vede la sua natura e quella dell'altro... Quello che fa da maschio paga in sigarette quello che fa da donna. Quanto vuoi? Si chiede. Tre stecche! No è troppo! Allora dammi tre pacchetti... Poi ci si saluta con un bacio e la giornata è passata.

 

Quando invece è quello che vuole fare la donna a venirtelo a chiedere perché sta senza sigarette, allora ti si avvicina e tu capisci, ma gli puoi pure dire: no oggi non c'ho voglia, ripassa domani» (da uno scritto sulla sessualità).

 

 

Armando R lascia il palco del teatro interno quando «per l'ennesima volta» i «ricoverati» cercano di intonare una canzone napoletana. È di Belluno l'Armando, e non ha più voglia di sopportare oltre. Si appella alla formula del karaoke: «Almeno così uno potrebbe imparare le parole e cantare», mugugna. A casa sua manca da qualche anno. Ci dovrebbe tornare tra quindici mesi (il condizionale in questi casi è sempre d'obbligo). Fuori aveva una gran passione per le armi. In casa teneva «una 22 per ammazzare i gatti». Gli piaceva il tiro al piattello. Tutto regolare, tutto col porto d'armi a posto. Aveva anche un amico, il suo «migliore amico». Che si faceva sua moglie. E che con sua moglie ci ha fatto una figlia. Lui ha abbassato gli occhi e le ha voluto bene, ha sempre trattato la piccola che oggi ha dodici anni come se fosse sua: «Anche perché con lei ho un impegno morale, indipendentemente da quello che c'è scritto all'anagrafe». Ma dopo sei anni, sempre il suo «migliore amico» e sua moglie ci hanno riprovato. È li che Armando non ce l'ha più fatta e ha mandato quella donna «bella, coi capelli castani e gli occhi tra il marrone e il verde» ad abortire a Roma. Al suo ritorno avrebbe potuto ammazzarla con un colpo in testa e certamente qualcuno gli avrebbe dato anche le attenuanti del caso. Invece ha pensato di vendicarsi bruciandole il bar. Di notte, quando dentro non c'era nessuno e le serrande erano abbassate. Solo che oltre al locale ha preso fuoco anche lui: ne porta ancora ben visibili le cicatrici sulle mani e sul viso. Adesso ha voglia di parlare, Armando. «Delle donne, della violenza che ti possono fare, della cattiveria umana». Non dice se qui dentro lo hanno mai legato, ma solo che ieri ha visto Leandro portato via dagli agenti, «perché voleva il telecomando del televisore che gli avevano negato».

 

 

«Vitto distribuito. Tutti si sono alimentati tranne N. Terapia delle ore 18 e delle ore 20 somministrata sia quella parenterale. Al ricoverato G. gli viene somministrata 1 fiala di Serenase più Talofen perché agitato (vedi nota medica: «Ha rotto un tavolino della sua stanza in preda ad uno improvviso impulso incontrollato. Si pratica una fiala di Serenase e una fiala di Talofen»). Lascio 2 compresse di Luminale per il ricoverato P. Il ricoverato N. viene Coercito» (dal «registro consegne infermieri» ).

 

 

Gli portano il vitto in cella al primo piano della «staccata», il reparto «dove stanno chiusi i più difficili», avverte il direttore Adolfo Ferraro. Dicono che la porta non la aprono mai, se non al momento di passargli da mangiare. Da diversi anni. Sulla branda, aggrovigliato in un telo giallastro tanto da diventare un fagotto, c'è un uomo che ha il cognome di una città di mare. È immerso in un fetore indicibile che prende gola e cervello quando la cella viene aperta per allungargli in terra il piatto di minestra Lo fa un infermiere in camice bianco e guanti da chirurgo, un suo simile con la faccia da buono. Lo chiamano «il cavaocchi» quel cristiano con la faccia livida e le mani che sbattono per terra il piatto di carta e si accaniscono su di lui portando alla bocca ripetute e scomposte manciate di minestra. Raccontano che abbia ucciso un uomo togliendogli i bulbi oculari una ventina d'anni fa. Che ne abbia tolto uno a un compagno di cella proprio qui, ad Aversa, mangiato al volo dai gatti che aspettano gli scarti di cibo sotto il reparto. E che abbia tentato di togliere la vista anche a un vicedirettore, salvato per un pelo da un paio di occhiali spessi. Fuori il «ricoverato» faceva il fotografo. Ci dicono di stare a distanza di sicurezza. Poi richiudono la cella.

 

 

Al piano di sotto, in fondo a un vecchio corridoio abitato da uomini che si trascinano come ad avere le catene ai piedi, altri venti «ricoverati». Uno, sieropositivo e in attesa di giudizio, è chiuso dentro alla cella, «perché può infettare qualcuno», suggerisce un agente. Ci parliamo dal piccolo vetro che sta in mezzo al «blindato», così chiamano la porta delle celle. Racconta che prima era in carcere a Rebibbia. Non sembra pazzo. Dice che non capisce perché lo hanno portato qua e lo tengono così, in isolamento. Proprio di fianco alla sua c'è la cella della contenzione. Tre letti coperti da un telo di finta pelle nera con un grande buco al centro e un secchio sotto: per gli escrementi. I legacci insieme al filo e a un ago che serve per cucire il tutto stanno nell'armadietto degli infermieri. Da una di queste brande è appena stato sciolto un uomo che aveva preso a schiaffi un compagno di sventura. A lui «sono bastati due giorni», dicono. Ma capita che «imbalsamati» ci possano rimanere anche più tempo. «Pensate a noi che li dobbiamo legare!», sfida a voce alta Lorenzo Coronella, un ispettore del Sappe (il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria). Lui che prende «circa due milioni e sette al mese e fino a tre, con gli straordinari» si lamenta della pericolosità di quell'ago con cui gli agenti si possono pungere. E aggiunge: «Qui valgono più gli internati del personale. Il direttore si dedica ai convegni, agli aspetti esteriori! ». L'ispettore che vuole parlare solo in veste di sindacalista ha subìto un provvedimento disciplinare, poi archiviato, per «abuso di mezzi di coercizione».

 

Giovanni C. ha 21 anni. È stato legato quattordici volte. È uno schizofrenico che sta qui col fratello per aver picchiato qualcuno. Ha lo sguardo imbottito di sedativi. Salta rigorosamente le piastrelle bianche di marmo se le vede per terra, ne ha una paura terribile. «Gli ricordano il tavolaccio dell'obitorio dove gli hanno fatto riconoscere la madre», suggerisce un infermiere. Adolfo Ferraro, il direttore-psichiatra: «Dei quarantuno ricoverati della «Staccata» almeno trenta, per difetto, potrebbero uscire subito ed essere inseriti e seguiti nel tessuto sociale». Da qualche tempo ci stanno provando a dimetterne qualcuno, anche grazie all'intervento di Franco Rotelli che oggi dirige la Asl di Aversa e ché fu uno stretto collaboratore di Franco Basaglia (il padre della legge sulla chiusura dei manicomi). Un lavoro di lento e graduale cambiamento dell'istituto, della mentalità carceraria, delle attività interne, dell'assistenza, dei rapporti con l'esterno. Quasi tutti si danno un gran daffare: dal direttore, al suo vice De Feo, alle guardie, agli educatori, agli infermieri. Ma «è la legge che rimane ferma».

 

«Cambiavo sempre maestra, la supplente era brava, mi regalava i pennarelli, ma la mia maestra no! Ed io la odiavo perché non era come una madre. La maestra mi ha bocciato tutti gli anni, dalle elementari, perché non stavo bene col cervello» (dal diario di M.P.).

 

 

 

Anna Gioia Trasacco, fondatrice dell'Insana Teatro, fa l'animatrice dello spazio teatrale. Anna Gioia li porta fuori quando può «i ricoverati». A fare degli spettacoli. Sul palco adesso spinge Antonio C., un ragazzetto con gli occhi storti, di vent'anni, accusato di aver molestato una minorenne. Lui, con il mito di Nino D'Angelo. Lo spinge la nuova maestra a darsi da fare sul palcoscenico. Così fa con gli altri. Cita Vittorino Andreoli sul concetto di pericolosità sociale, valido per ognuno di noi. E li tocca, ci parla normalmente, non viene infastidita dai loro odori, spesso eccessivi. Come il brigadiere che piazza una pacca sulla spalla a uno di loro che si agita un po': «Nun fa'o scemo, pecché tu nun si scemo, vabbuono?», accenna in dialetto napoletano. Pazzo giura di non essere neppure «il carciofaro» (fuori aveva un banchetto dove arrostiva e vendeva carciofi) che ti confessa: «Io ho simulato per stare qua. I miei abitano a due passi. Qui non rompo il cazzo a nessuno e nessuno lo rompe a me».

 

 

 

L'agente Vincenzo Fabbozzi torna dal campetto di calcio sudato fradicio e un po' alterato: la sua squadra ha perso sei a cinque contro quella del reparto tre. Il Posillipo, invece, con alcuni «ricoverati» ha improvvisato un mini torneo a braccio di ferro e ti confessa che il suo sogno è arrivare a Scommettiamo che. Cerca una borsa d'acqua calda. Giura di farla scoppiare col solo ausilio dei polmoni. Gli agenti fanno di tutto ad Aversa: infermieri, confessori, compagni di squadra. Ma c'è anche chi fa volare le mani a sproposito, sussurrano un medico che invoca l'anonimato e più di un ricoverato. «Solo qualcuno però: posti come questo possono far diventare barbaro chiunque».I medici sono quasi tutti psichiatri a consulenza. Due o tre mattine a settimana per quattro milioni al mese. Riempiono qualche carta, fanno qualche visita. Il comandante degli agenti Luigi Mosca ricorda con un filo di amara ironia che «anche il sabato per tutti loro è giorno di festa». E svela un'altra contraddizione: quella del «reparto osservazione». «A Natale, Pasqua e nelle altre feste comandate la sezione si riempie. Sa perché? Perché dalle altre carceri quelli che rompono le scatole li mandano qui. E sono tutto meno che pazzi».

 

«Odio gli sbirri» (tatuato sul dorso della mano dell'internato Claudio Tufano).

 

 

 

L'età media degli internati, ad Aversa, è di trentasei anni. Cinquanta di loro il tredici maggio scorso avevano diritto al voto. Ci sono riusciti in dieci a infilare la scheda nell'urna. Il 59 per cento ha finito di scontare la condanna, ma la «misura di sicurezza» o è stata prorogata a causa della malattia o è soltanto scaduta, denuncia il direttore Ferraro: «E noi siamo costretti a tenerli qua dentro, a causa dell'inesistenza di servizi sociali sul territorio e delle famiglie che, quando ci sono, molto spesso non sono in grado di riaccoglierli».

 

 

 

«Nel mondo ci sono molti tipi di schiavitù e la strada da percorrere è molto lunca e di spine molto velenose. Ben poco è stato fatto!!! Ci occorre molta buona volontà e coragio da leoni per estirparle tutte radicalmente e buttarle su il fuoco più ardente. Lo so!!! Non tutti gli uomini debono lavorare, ci occorrono anche gli uomini che comandano. Però tutto sommato è bene che al comando ci siano pochi uomini saggi... È questa l'Italia liberata?!!!» (da una lettera mai spedita al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Firmata Rinaldo Coletta, internato nel manicomio criminale di Aversa).
 

 

 
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