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Intervista a Tano Grasso, Federazione Associzioni Antiracket PDF Stampa E-mail

 

 n.48 del 2002

 

di Stefano Mencherini

 

Per farlo fuori, un anno fa, non ci hanno messo molto. Dopo ventisei mesi di lavoro (e importanti risultati) come “Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura”, bastò una telefonata dell’ ex ministro degli Interni Scajola che con collaudata ipocrisia fece appello allo “spoil system”. Questo, per le destre, si chiamava lavorare. Là, dove la politica altro non era e non è che l’io supremo e claunesco di chi sgoverna il Paese, dei suoi fedeli lacchè, dei suoi straripanti ripetitori, dei suoi miliziani in verde. Ma Tano Grasso, che è anche l’ex commerciante che ha guidato la rivolta di Capo d’Orlando contro il pizzo nel ’91 e un ex deputato membro della Commissione antimafia, a fare la vita del reduce proprio non ci sta.


Perché ne ha visti parecchi di amici finire sotto i colpi di mafiosi e mezzetacche alla ricerca della mazzetta, a partire da Libero Grassi. E sempre per non aver voluto piegare la testa di fronte al racket e ai suoi picciotti, ai suoi ricatti e ai suoi giochi di forza. Una guerra nostrana dimenticata dai più, che attraverso le sue vittime umilia lo Stato e si pone come unico riferimento sul territorio, imponendo le proprie regole e le proprie tasse. Per questo la lotta al racket non dovrebbe confondersi con vendette e bisticci tra destra e sinistra. E per questo Tano Grasso che oggi è presidente della Federazione associazioni antiracket si è alleato con “Libera”, il laboratorio contro le mafie fondato da don Luigi Ciotti, e insieme hanno deciso di scendere in piazza dopo Natale.
Per rompere il silenzio e proporre attraverso una raccolta di firme la modifica della legge sugli appalti, vecchia di 32 anni.


Di che si tratta?
Il commerciante e l’imprenditore che si oppongono al pizzo vengono risarciti del danno dopo che si è consumato. Inevitabilmente. Ma se vogliamo attaccare al cuore il sistema del racket dobbiamo andare oltre. Se il pizzo, come sta accadendo, viene pagato più per “convenienza” che per paura, occorre escludere dalle gare d’ appalto di forniture pubbliche le attività e le imprese acquiescenti alle richieste mafiose.
Ha imparato a fare il politico in questi anni…
La questione è una sola. E’ possibile che non susciti scandalo il fatto che un quarto del Paese non ha libertà di impresa perché si sottomette alle imposizioni delle mafie? Oggi, ormai, il fenomeno non solo si è radicato, ma ha avuto un’espansione enorme. Nella Sicilia Occidentale, per esempio, non si fanno neanche più attentati. Perché tutto è ormai assodato nella relazione fra impresa e mafia.
Così, finalmente, entriamo nel cuore del problema.


Non esiste una minima iniziativa dello Stato contro i racket nonostante ci sia un’enorme mole di investimenti in opere pubbliche. Questo è il vero problema. Quando Berlusconi assicura lavori come il ponte sullo Stretto di Messina, quando mette in giro una mole incredibile di denaro per le opere pubbliche sa perfettamente che sta sul terreno delle mafie. E non fa nulla per impedire i condizionamenti mafiosi.
A proposito: come sta lavorando il nuovo commissario Monaco, quello che occupa la sua vecchia scrivania.


Quando ho lasciato l’ufficio c’era un aumento significativo delle denunce. Era la prova che c’era stata una inversione di tendenza. Vorrei sapere come vanno le cose adesso, dopo un anno dal mio allontanamento. A noi risulta che ci sia un grave calo delle denunce. Il che significa: tutti pagano in silenzio.


La situazione è ben oltre il limite di guardia. Ma il Paese in questi mesi non se la sta passando bene. Le questioni sul tappeto sono tante e tutte possono avere gravissime conseguenze sul piano sociale e democratico. Perché almeno le forze del cosiddetto centro-sinistra dovrebbero sostenere una battaglia apparentemente di secondo piano?


Perché questo è un problema economico di primaria importanza. Perché questa è l’unica condizione per risolvere la famosa “questione Meridionale”. Libertà di impresa significa sviluppo e sviluppo, uno sviluppo sano e trasparente, è sinonimo di pace sociale e democrazia istituzionale.


La posta in gioco però è alta. E non è più un segreto per nessuno che spesso il denaro pubblico serve non solo a rimpinguare le casse dei mafiosi o i conti correnti di qualche zelante funzionario, ma anche a comprare e vendere consensi elettorali. Facciamo però un passo indietro: di quanti soldi stiamo parlando?
Per difetto parliamo di centinaia di miliardi di vecchie lire, ma probabilmente sono molti di più.


Lei Grasso non si dà pace. Il suo lavoro di presidente delle associazioni antiracket e la sua esperienza personale le permettono di avere il polso della situazione sul campo. Ci descrive meglio cosa sta accadendo in Sicilia, in Campania, nelle Puglie, in Calabria?
Il fenomeno più inquietante, cioè quello che vedeva l’estorsore muoversi in prima persona per taglieggiare l’impresa o il commerciante di turno, si è ribaltato. In peggio. Oggi chi sul pizzo ha accumulato grosse fortune è diventato imprenditore di sé stesso. Si è trasformato, si è evoluto. La sua impresa si è collocata sul mercato e ha spazzato via le poche sane rimaste. Di esempi concreti ce ne sono molti, uno dei più recenti è lo scandalo della Salerno-Reggio Calabria, dove sono evidenti i rapporti tra mafie e apparati dello Stato.


Con un risultato devastante su tutti i fronti, anche ovviamente su quello della qualità del prodotto finale. Perché è ovvio che una economia malata non tiene in minima considerazione la qualità degli interventi da svolgere. E la cosa diventa ancor più grave se parliamo di opere pubbliche.
Quali sono i settori maggiormente colpiti?


Quello dell’edilizia, in primo luogo. Ma anche molti altri, tutti vitali per lo sviluppo del Sud. Ecco perché è fondamentale iniziare dalla legge sugli appalti, impedendo che il denaro pubblico oltre a quello di chi paga in silenzio (e sono la maggioranza) finisca direttamente nelle casse delle mafie.


Ogni territorio ha le sue organizzazioni criminali. Alcune come la sacra corona libera e la ‘stidda sono tuttora fortissime. Lei è consulente del comune di Napoli in tema di antiracket. Come si sta muovendo la camorra?


Per chiarire la diversità di approccio ma anche la debolezza, per certi versi, di alcune organizzazioni criminali descriverei proprio ciò che è accaduto a Napoli alcune settimane fa. In un cantiere edile danno fuoco ad una betoniera. Passano venti giorni e visto che il segnale non sortisce nessun effetto due giovani si presentano nel cantiere, parlano con gli operai e ne decretano la provvisoria chiusura. Tutti a casa per qualche settimana, fino a quando il padrone si deciderà a pagare. E qui emerge in questo caso la debolezza dei clan: quella di uscire allo scoperto in modo così plateale, così sfacciato. Significa che anche loro hanno i propri problemi ed hanno un gran bisogno di soldi. Il racket è una delle loro fonti primarie, quella più redditizia e meno pericolosa. Se decidono di uscire allo scoperto, allora si possono colpire meglio. Basta volerlo.

 
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