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CCCP: Il mondo si sgretola, rotola via, succede, successo, rotola e via. PDF Stampa E-mail

 

 

 

 

Mi ritrovo a parlare di un album uscito - lo realizzo solo adesso - ben quindici anni fa, per almeno due motivi.
Innanzitutto perché il tempo non sembra averlo scalfito. Anzi, il passare delle esperienze e di altri ascolti non hanno intaccato minimamente la percezione di questo disco. Al limite, l’hanno resa più consapevole del suo valore fuori dal comune e dal tempo stesso, contingenze permettendo.
In secondo luogo, abbiamo a che fare con un disco storico per la musica italiana “alternativa”, l’ultimo disco dei CCCP.
Un testamento, un’opera di transizione, una creatura caleidoscopica, multiforme, insondabilmente viva.
In copertina, una stanza disadorna abitata dai soli strumenti: La musica, i suoni innanzitutto. All’interno, nei solchi del vinile, il resoconto di una visione durata quasi un decennio, attraverso la lente di una poetica fatta di Epica, etica, etnica e pathos.
Si potrebbe scrivere un saggio intero a proposito, ma ci accontenteremo di alcune fondamentali indicazioni e di qualche considerazione. Epica, etica, etnica, pathos, oltre a rappresentare il capitolo conclusivo della storia dei CCCP segna il preludio all’avventura targata CSI.
E’ la fotografia di un momento delicato, in cui la crisi del gruppo viene a coincidere con una fase storico-politica altrettanto cruciale, conseguente alla recentissima caduta del muro berlinese.
Reclutati Giovanni Maroccolo (basso) Ringo De Palma ( batteria) Francesco Magnelli (tastiere) e Giorgio Canali (chitarra) in sostituzione di Ignazio Orlando e Carlo Chiapparini, quest’album fu in realtà il risultato di una line-up provvisoria e d’eccezione, dalla quale subito dopo si stabilizzerà la formazione base dei CSI.
L’apporto dei nuovi elementi si sente in modo decisivo, si tratta infatti di nomi appartenenti ai Litfiba dei tempi d’oro, quelli di 17 re e Desaparecido per intenderci. Il cocktail è micidiale ed è il frutto di una sintonia irripetibile, complici le lunghe sessions in una casa di campagna: La versatilità e la tecnica creativa di Maroccolo & co sposano l’ecclettismo e il senso del grottesco di Ferretti e Zamboni, per dar vita a quindici episodi completamente diversi tra loro ma legati da un filo invisibile.
Le influenze, gli stili, i rimandi sono infatti tantissimi e sarebbe un’inutile perdita di tempo cercare di individuarli ed analizzarli tutti.
Ciò che preme sottolineare è che questa è un’opera che va fruita nella sua totalità per essere davvero amata, come un intrigante ragionamento che non può assolutamente essere interrotto per essere capito.
“Epica”, la prima sezione, ruota attorno a due ossessioni ferrettiane: l’alienazione (Aghia sophia) e il misticismo (Paxo de Gerusalem). La noia mortale che ammorbava l’Emilia Paranoica degli anni ottanta in Aghia Sophia cambia nome in “Tedio domenicale” su una partitura che alterna il tango al musicarello, la new wave all’operetta. Gli ingredienti del disco sono già tutti concentrati nella schizofrenia di questo pezzo, che sembra riprodurre in miniatura la schizofrenia dell’intero lavoro: la musica popolare contaminata dalla modernità; la solennità e la passione ribaltate dallo straniamento grottesco; la fermezza ideologica relativizzata dall’autoironia spietata e a tratti nichilista.
“Etica” è dominata dalla presenza di uno dei testi forse più enigmatici scritti da Ferretti e soci (Depressione Caspica); “Etnica” invece è una babele spiazzante di culture e idiomi mediterranei, tra cui spicca la teatralità grottesca di Amandoti.Voce impostata da viveur con sigaretta in bocca sulle scarne note di un tango per sola tastiera, ecco l’esemplificazione di un’arte fatta di contrasti (“Amarti m’affatica, mi svuota dentro, qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto”..)
Il climax però viene raggiunto nel cuore del capitolo dedicato al “Pathos” con Maciste contro tutti, summa mastodontica ed in parte autocelebrativa del CCCP pensiero, in cui profeticamente Ferretti avvertiva: “soffocherai tra gli stilisti, imprecherai tra i progressisti, maledirai la Fininvest, maledirai i credit cards”. “Annarella”, scritta da Lindo pensando invero a suo padre e non alla Giudici (la “benemerita soubrette”), è la quiete dopo una tempesta di tensione, ma è anche un addio impregnato d’amore ad una storia giunta definitivamente al capolinea per voltare pagina; fuor di metafora, la storia degli stessi CCCP; un collettivo di persone che definire semplicemente “band” è limitante, in quanto rappresenta tuttora un’esperienza unica nella storia del rock non solo italiano.
Che dire, non vi resta che ascoltarlo.

Annarella. (Ferretti, Zamboni, Magnelli, Maroccolo).

 

link: www.rudepravda.net

CCCP-Epica, etica, etnica, pathos (Virgin, 1990) prezzo: 13 euro

Letture: “Fedeli alla linea: Dai CCCP ai CSI.” Casa ed.Giunti, 1997.

“Il libretto rozzo dei CCCP e CSI” Bizzarre-Casa ed.Giunti, 1998.

 

Lasciami
Qui
Lasciami
Stare
Lasciami
Così
Non
Dire
Una
Parola
Che
Non
Sia
D’amore
Per
Me
Per
La
Mia
Vita
Che
È
Tutto
Quello
Che
Ho
È
Tutto
Quello
Che
Io
Ho
E
Non
È
Ancora
Finita.

 

 
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