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14 agosto pagina 6 

 

Storia di precariato RAI

 

 

Era ovvio che prima o poi toccasse anche a noi: dopo l’apartheid per i migranti, il razzismo verso i rom, i bavagli all’informazione e tanto altro ancora, adesso tocca ai precari. Che alla faccia della Costituzione e del buon senso, vengono trattati come carne da macello. Non solo dalla pirateria delle aziende e dal potere, dall’arroganza di certi  padronati, ma da una legge dello Stato. Ridotto come un colabrodo. Dove il governo, per dirla alla don Ciotti, “fa il duro con i deboli e il debole con i forti”. Quindi, oggi,  vuol togliere ai precari che hanno subito dieci o venti e piu’ anni di lavoro sottopagato e a singhiozzo anche la possibilita’ di ottenere giustizia attraverso i giudici del lavoro. Prendo, solo per comodita’, la mia vicenda con la Rai dove dai primi anni Novanta ho fatto di tutto, dall’autore per numerosi programmi di informazione sociale su RaiDue, alle conduzioni in diretta con Vespa in Porta a Porta,  ai documentari di inchiesta per RaiTre con Piero Marrazzo oggi governatore del Lazio,  eccetera eccetera. Un bel po’ di lavoro per il quale non posso che ringraziare l’azienda del fu servizio pubblico per l’esperienza e le opportunita’ che mi ha concesso. Ma in cui, dopo essere rientrato da cinque anni grazie ad un giudice, dopo aver vinto da oltre due il giudizio di Appello e in attesa di quello della Cassazione che al momento non e’ neppure stato fissato (ma quanto deve passare per avere giustizia definitiva in questo Paese?) mi barcameno a poco piu’ di mille euro al mese e faccio servizi in una nota trasmissione di RaiUno senza che vengano neppure firmati. Storia personale, dira’ qualcuno. Quindi:” Chissenefrega”. Il problema e’ che in questi  ultimi decenni di storie come la mia la Rai, sempre per guardare in “casa propria”, ne tiene ancora aperte tante tante tante. Centinaia, forse migliaia.

Con una piccola  associazione di dipendenti e precari dell’area editoriale, circa tre anni fa, cercammo di presentare alla Commissione di vigilanza Rai un documento molto dettagliato dove c’erano tra le altre sottolineature un paio di dati interessanti che l’Unita’ riprese in un buon articolo che fini’ in prima pagina qualche mese dopo. Anche Liberazione ne scrisse. Il consigliere Curzi insorse e promise pubblicamente di intervenire. Dalle altre maestranze aziendali, solo un imbarazzato ma in fondo tranquillo silenzio. Tanto sapevano bene che la Vigilanza non avrebbe mai accettato di discutere sul quel documento e tantomeno di chiederne conto alla direzione generale, a quella degli affari legali e a quella del personale. Cosi’ infatti e’ stato, nonostante una piccola e trasversale cordata di parlamentari chiedesse ufficialmente all’allora presidente Landolfi di far luce su quelle richieste.

Dicevamo, tra le altre cose,  che ormai la stragrande maggioranza delle assunzioni alla Rai le decretavano i giudici ad un ritmo di 60/80 ogni anno. Chiedevamo conto e trasparenza sui milioni e milioni di euro di pubblico denaro spesi nei contenziosi legali che venivano trascinati inspigabilmente per anni e anni,  con gravissimi danni per l’azienda e per i lavoratori. Ci auguravamo un ritorno ai criteri di valutazione di professionalita’ e di salvaguardia della dignita’ dei propri dipendenti, cosi’ come della mission di servizio pubblico. Parole al vento.

Con queste ultime notizie il governo Berlusconi tenta di far piazza pulita anche rispetto a tutti noi. Con grande fretta, come per tutte le nefandezze a cui ci ha abituato. E i lavoratori Rai continuano a tacere, anche se non si parla dei Sacca’ o dei Meocci o del degrado qualitativo dei programmi, dell’umiliazione di certe professionalità,  degli appalti miliardari, delle prestazioni prezzolate di certe starlette e così via , che pure dovrebbero riguardarli da vicino.

Ma tutto questo, insieme alla sorte di altre centinaia di migliaia di lavoratori italiani incollati ad aziende grandi e piccole che hanno infranto la legge per decenni e calpestato i diritti piu’ elementari dei propri dipendenti a singhiozzo e se la caverebbero al massimo con una piccola elemosina, non interessa proprio nessuno? Bastano  l’associazione Articolo 21 ad indignarsi, un’autorevole studio legale come quello degli avvocati D’Amati a far sacrosanti rilievi tecnici o l’allarme di qualche  sindacalista che cerca di riprendere il treno della tutela dei lavoratori? Forse ci vorra’ anche in questo caso la Corte Costituzionale a far rispettare la Carta, i destini di tanti lavoratori e l’amor proprio delle aziende verso se’ stesse e i cittadini di questo martoriato Paese. Nel frattempo, sotto a chi tocca. E avanti il prossimo.

stefano mencherini, giornalista indipendente e regista Rai

 

 
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