FOCUS/WELFARE. MORIRE DI LAVORO,
L'ARTE DELLA DENUNCIA
3 DECESSI AL GIORNO IN ITALIA.
REGISTI E FOTOGRAFI IN CAMPO.
(DIRE) Roma, 9 gen. - I numeri sono quelli di una
carneficina. Confermati, seppure attenuati da una lieve flessione, anche per
l'anno appena concluso: sono oltre mille i caduti in Italia sul proprio posto di
lavoro, a cui si deve aggiungere il milione e piu' di infortuni (non volendo
contare i 200 mila casi ipotizzati dall'Inail di incidenti non denunciati da chi
e' impiegato nell'ambito del lavoro nero), di cui alcuni causa dell'invalidita'
permanente di almeno 25.000 persone. Numeri che divisi per 365 danno il
risultato inquietante di 3 morti, 27 invalidi permanenti e 2.500 incidenti al
giorno (e cioe' 360 l'ora). E anche stavolta e' il Belpaese ad aggiudicarsi il
macabro primato rispetto al resto dell'Europa, dove il calo delle vittime
nell'intervallo di tempo compreso tra il '95 e il 2004 e' stato in media del
29,41%, contro il nostro 25,49%. Dalla seconda guerra mondiale a oggi sono
70.000 i morti del lavoro italiano e attualmente, sparsi su tutto il territorio,
ci sono (secondo i dati forniti dall'Anmil, Associazione nazionale mutilati e
invalidi del lavoro) oltre 800.000 invalidi e quasi 130.000 vedove e orfani resi
tali da infortuni professionali. Di fronte a questo devastante quadro si stanno
mobilitando il mondo della politica e quello dei sindacati, con richieste di
intervento da parte dello Stato sia in ambito normativo - soprattutto con la
richiesta dell'applicazione immediata e integrale del Testo unico sulla salute e
la sicurezza nei luoghi di lavoro stilato dall'ex ministro del Lavoro, Cesare
Damiano - che in ambito informativo e formativo - in particolare con la proposta
di inserimento nei programmi scolastici dell'insegnamento della sicurezza sul
lavoro. Grande risalto viene dato al secondo punto da parte dell'attuale
governo: "Nulla piu' della formazione, dell'informazione, a mio avviso, fa
sicurezza", ha detto il ministro del Lavoro, Sacconi, che ha dichiarato di
volere la creazione di un unico soggetto nazionale che integri le varie
competenze oggi distribuite tra i vari enti con funzioni di ricerca e di
orientamento in materia di salute e sicurezza sul lavoro (Direzione provinciale
del lavoro, Asl, Inail, Ispesl), e il cui ministero, insieme all'Inail, ha
realizzato la campagna "Attenzione ai comportamenti sicuri", svoltasi negli
ultimi tre mesi tra spot radiofonici e telematici, avvisi sulla stampa,
manifesti sugli autobus e braccialetti in silicone distribuiti agli studenti. E
se questa posizione, unitamente alla modifica o alle deroghe di alcune parti del
Testo unico (modifica e deroghe che, accusa l'opposizione, in nome della
flessibilita', favoriscono piu' la "leggerezza" degli imprenditori che la tutela
dei lavoratori), e' stata vista da alcuni, in primis dalla Cgil, come un
pericoloso segnale dell'"addebitare all'attenzione e ai comportamenti degli
stessi lavoratori la responsabilita' degli incidenti", c'e' chi insiste sulla
necessita' tanto dell'azione legislativa quanto di quella comunicativa e sulla
loro complementarieta', e anche chi di quest'ultima da' una dimostrazione nel
suo stesso fare. Si tratta di alcuni esponenti del mondo della cultura e
dell'arte, che da qualche tempo sta producendo sempre piu' opere legate alla
tematica delle "morti bianche" e degli incidenti sul lavoro. Creazioni che
appartengono, per la loro stessa natura, all'ambito della
comunicazione/informazione, ma che attraverso il palcoscenico, il cinema e la
fotografia lanciano accuse e chiedono azioni concrete a livello legale e
repressivo (a partire dalla richiesta dell'aumento del numero degli ispettori
del lavoro e dalla certezza delle sanzioni per gli imprenditori che non
rispettano le regole), nonche' assunzioni di responsabilita' che non possono
essere solo dei lavoratori. Ai quali - quelli attuali come quelli potenziali, e
cioe' gli studenti - pure sono pero' rivolti i lavori di questi fotografi,
registi, e giornalisti d'inchiesta. E non e' un caso allora che gli artisti in
questione abbiano scelto la strada delle testimonianze di chi per l'esperienza
dell'incidente sul lavoro ci e' passato: gli invalidi e i sopravvissuti, parenti
o colleghi che si porteranno per sempre, chi per una ragione chi per un'altra,
il peso di precise "morti bianche". E che da quell'esperienza hanno acquisito
consapevolezza e capacita' di analisi, diventando quindi un potenziale mezzo di
trasmissione della cultura della sicurezza. Ecco allora nascere da un'iniziale
lavoro di inchiesta il documentario del regista Daniele Segre 'Morire di
lavoro', quello di Pietro Balla dal titolo 'Thyssen Krupp Blues', lo spettacolo
'Il pane loro', scritto dal giornalista indipendente e regista Rai Stefano
Mencherini, e le foto di Riccardo Venturi che compongono la mostra 'NO!'.
(Mrp/
Dire)
10:55 09-01-09 NNNN
FOCUS/WELFARE. 'THYSSEN BLUES',
ALL'INFERNO PRIMA DELLA TRAGEDIA
IL LAVORO DI PIETRO BALLA SULLA
VITA -"VERA"- DELL'OPERAIO CARLO.
(DIRE) Roma, 9 gen. - Quando Pietro Balla ha
cominciato a girare il suo 'Thyssen Krupp Blues' non solo era ancora lontano il
giorno in cui il Gup di Torino avrebbe rinviato a giudizio con l'imputazione di
omicidio volontario i vertici aziendali dell'acciaieria tedesca, ma non era
ancora avvenuto l'incidente che costo' la vita a sette operai (raccontato invece
nella pellicola di Mimmo Calopresti 'La fabbrica dei tedeschi'). Il regista
aveva infatti deciso di fare un documentario sulla vita di un operaio che
lavorava li', il quale, investito in pieno dalla crisi della sua azienda, aveva
denunciato i rischi del suo lavoro cercando di resistere e lottare anche mentre
si avviava la riduzione della produzione. "L'unico sistema per raccontare
qualcosa che vada oltre la banalita'- sostiene Balla- e' partire da
un'esperienza personale. Non a caso e' stata scelta la vita semplice
dell'operaio Carlo: una vita che ha valore di per se', piu' di qualunque
invenzione". Quando si e' verificata la tragedia la produzione del film era a
meta' e "mi sono chiesto se valesse la pena di continuare senza rischiare di
enfatizzare l'accaduto, di farne, insomma, solo uno spettacolo". Quello
spettacolo nel cui mondo e' stato catapultato lo stesso Carlo dopo l'accaduto,
stritolato da un "circuito mediatico folle" che appartiene a una societa' in cui
"per ritenere vere le affermazioni di una persona che denuncia le condizioni in
cui lavora si devono vedere sfilare sette bare. Io stesso- confessa il regista-
inizialmente non ho creduto ai racconti di Carlo e ho avuto bisogno di
quell'immagine davanti agli occhi per realizzare le condizioni di rischio e il
dramma quotidianamente vissuto dagli operai". Il motivo di questa resistenza va
rintracciato, secondo Balla, nel fatto che "il corpo di chi lavora non e'
assolutamente considerato", e sara' sempre cosi' finche' "nella comunicazione e
nel tentativo di produrre consapevolezza verra' percorsa, come e' stato fatto
fino a questo momento, la strada emozionale, quella modalita' narrativa che
tende a fare leva esclusivamente sui sentimenti di chi rimane. E invece-
ammonisce il regista in conclusione- per riuscire a comunicare realmente la
criticita' di certe situazioni, occorre tenere insieme e emozioni e conoscenze.
Solo in questo modo si puo' andare oltre l'onda che dura lo spazio di un
mattino, cogliendo in profondita' la sofferenza del dramma vissuto".
(Mrp/ Dire)
10:56 09-01-09 NNNN
FOCUS/WELFARE. 'IL PANE LORO',
CHE NON SI RIESCE A DISTRIBUIRE
STORIE DI VITTIME SUL LAVORO,
RIFIUTATE DAL CIRCUITO TEATRALE.
(DIRE) Roma, 9 gen. - Ponteggi e carrelli che
diventano scenografie per accogliere le storie vere di operai rimasti vittime di
incidenti sul lavoro: e', o almeno dovrebbe essere, 'Il pane loro', spettacolo
teatrale realizzato con il sostegno dell'Anmil e, nella sua ultima versione,
della Fillea Cgil, della Regione Puglia e della Provincia di Roma, a partire dai
materiali di un'inchiesta tradotti in testo teatrale otto anni fa dal
giornalista che l'aveva condotta, Stefano Mencherini. Il quale, nel suo lavoro
di scrittura, arricchito dai contributi poetici forniti appositamente da alcuni
dei piu' grandi poeti del '900 (Roberto Roversi, Franco Loi, Alda Merini, Marisa
Zoni, Gianni D'Elia e Attilio Lolini), ha messo insieme - e' lui stesso a
parlarne - "alcuni racconti nati da testimonianze raccolte nelle fabbriche, nei
cantieri e nei porti in occasione di una ricerca mirata alla realizzazione di
due documentari che mi erano stati commissionati da Rai 3 a dall'Anmil alla fine
degli anni '90". E in quegli stessi luoghi, oltre che nelle scuole e nei teatri
pubblici, dovrebbe, secondo il progetto di Mencherini e Ulderico Pesce, che ne
firma l'attuale messinscena, approdare lo spettacolo, per restituire ai
lavoratori esempi di vicende che li riguardano da vicino, con l'intento di dare
un contributo alla battaglia per la prevenzione degli incidenti sul lavoro. Ma
nei fatti 'Il pane loro', in quest'ultima versione del Centro mediterraneo delle
arti (produttore degli spettacoli di Pesce), che ha debuttato quasi un anno fa,
e' riuscito a fare finora solo sei repliche, e il piu' delle volte si e' dovuto
accontentare di palcoscenici magari non convenzionali ma non realmente
industriali, "spesso- lamenta Mencherini- a causa di ritiri all'ultimo minuto
dei permessi necessari ad accedere nelle fabbriche, come nel caso dell'azienda
metalmeccanica S.Eustachio di Brescia". Unica eccezione il porto container di
Taranto, dove, nel pubblico che affollava la sala mensa, c'erano operai e
familiari delle vittime dell'Ilva, "cosi' profondamente colpite dal nostro
lavoro che hanno cercato in tutti i modi di ottenere almeno un rimborso spese
per poterlo replicare in una piazza che ne avrebbe consentito la visione a molte
piu' persone di quelle che avevano potuto accedere al porto. Inutilmente". Come
inutile e' stata -prosegue il giornalista - "la nostra diretta richiesta di
'avere delle date' al circuito teatrale pubblico pugliese. E tutto questo
nonostante il grande successo di pubblico e di critica ottenuto tutte le volte
che il testo e' stato rappresentato, sia in questa versione sia in quella - la
prima in assoluto - della compagnia del Teatro dell'Orologio di Roma, messa in
scena al teatro Valle nel 2001 in una replica voluta dall'Anmil in occasione
della giornata in memoria degli incidenti sul lavoro: quante le persone commosse
e sanamente arrabbiate per i ricordi che lo spettacolo evocava loro. Non e'
servita a nulla- s'indigna Mencherini- neanche la capacita' del testo di
coinvolgere gli studenti, dimostrata tanto dall'esito positivo di un progetto
che prevedeva la messa in scena da parte di quelli stessi quanto dagli
interventi, i commenti e le domande che la versione per le scuole della
compagnia Le Sibille di Tolentino (una terza, nata a iniziale insaputa dello
stesso autore, ndr) ha stimolato loro in tutte le occasioni in cui vi hanno
assistito". E non e' servito nemmeno il premio ricevuto dal testo al Festival di
arte drammatica di Pesaro, il piu' longevo d'Italia. "Mi chiedo- prosegue
l'amara critica del giornalista- a cosa servano i teatri pubblici regionali se
non in primo luogo a sostenere e a veicolare piece dai contenuti sociali e di
sensibilizzazione civile. Tanto piu' quando, come nel caso de 'Il pane loro',
tutte le storie vere raccontate sono pensate per portare un contributo di
conoscenza sulla guerra del lavoro, sulle sue vittime e sui suoi carnefici,
sulle contraddizioni e lo sfruttamento che popolano l'attuale mondo del lavoro
che uccide un lavoratore ogni sette ore". Secondo Mencherini non ha ragione di
esistere neppure l'eventuale scetticismo messo in campo da parte di chi
programma le stagioni teatrali riguardante la scarsa fruibilita' di un prodotto
artistico che affronta temi cosi' pesanti, poiche' "la fruibilita' di un'opera
d'arte la da' non l'argomento trattato ma il modo di trattarlo. E io ho cercato
gia' dal 2000, quando ho scritto la prima stesura de 'Il Pane loro', una formula
di comunicazione che cercasse di filtrare, di insinuarsi la' dove le altre porte
erano sbarrate per arrivare fino ai cervelli e ai cuori dei lavoratori e di chi
nel mondo del lavoro deve ancora entrare. Ecco perche' la scelta di unire alle
storie vere raccolte in diversi anni di documentarismo di inchiesta il teatro,
la poesia civile e la musica (la cui composizione ed esecuzione dal vivo in
quest'ultima versione, poi, e' affidata a due icone della storia del rock
italiano come Rodolfo Maltese e Francesco di Giacomo del Banco del Mutuo
Soccorso, che hanno anche musicato le poesie rendendole canzoni potentissime in
bilico tra lirica e denuncia sociale)". "E allora forse- ne deduce il
giornalista- 'Il Pane loro' non riesce a trovare spazi di rappresentazione
perche' e' un testo 'cattivo', come cattiva e' la coscienza di chi non ci
racconta davvero come stanno le cose e fa poco o nulla per modificarle. E' un
testo che parla della solitudine e la rabbia di chi rimane, dello sfruttamento,
dei ricatti e della superficialita' che, avendo cancellato - complice il
silenzio di media e istituzioni - nel giro di 20 anni i diritti tanto
faticosamente acquisiti dagli operai e facendoli ripiombare nei ritmi da catena
di montaggio che rendono morti anche da vivi, generano la guerra del lavoro, una
guerra che conta un caduto ogni sette ore, oltre un milione di incidenti
all'anno e piu' di quindici persone che perdono la vita ogni giorno per colpa
dell'amianto o di altre malattie professionali. E' incredibile- rincara la dose
l'autore- a parole sono tutti convinti che la cultura sia uno dei pochi
strumenti per informare, provocare una presa di coscienza individuale e
collettiva e favorire la prevenzione di drammi sociali come questo. Ma poi chi
dovrebbe non muove foglia, come molti dei teatri pubblici regionali. Mi auguro
che qualcuno, al Sud come al Nord, raccolga il nostro appello e smetta di
cacciare la testa sotto la sabbia per convenienza o superficialita'". E non e'
questo l'unico appello che Mencherini lancia: ha raccolto gia' varie firme (tra
cui, oltre a quelle degli enti che sostengono il progetto de 'Il pane loro',
quella di Padre Alex Zanotelli, dell'Associazione Articolo 21, di Ettore Scola,
di Furio Colombo e di Enrico Deaglio) la petizione al presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, e al governo in cui "chiediamo alcune minime
irrinunciabili priorita': la distribuzione dei fondi Inail (2 miliardi di euro
all'anno e 13 miliardi accumulati a oggi dagli anni precedenti) a copertura dei
necessari investimenti nella prevenzione attraverso la cultura della sicurezza e
di incentivi alle aziende che si mettono in sicurezza e nel sostegno agli
invalidi del lavoro; la fornitura di assistenza psicologica da parte del
servizio sanitario nazionale agli invalidi con gravi menomazioni; il
raddoppiamento del numero di ispettori Asl e carabinieri del lavoro (oggi meno
di 1.000 unita' per oltre 4.000.000 di aziende censite); l'istituzione presso la
Rai di un laboratorio-scuola di documentario di inchiesta sociale che contempli
tanto il settore produttivo quanto quello della formazione; la resa operativa di
strutture come l'Ispels e altre esistenti nella prevenzione anche dentro le
piccole e grandi aziende. Con 'Il pane loro' vogliamo infatti scuotere e
provocare ma anche unire intelligenze e energie, sensibilita' e impegni
concreti".
(Mrp/ Dire)
10:56 09-01-09 NNNN
FOCUS/WELFARE. 'NO' ALLA TRAGEDIA,
I VOLTI DELLA SPERANZA
MOSTRA FOTOGRAFICA DI RICCARDO
VENTURI, CON L'ANMIL.
(DIRE) Roma, 16 gen. - E' realizzata in
collaborazione con l'Anmil - Associazione nazionale dei mutilati e invalidi del
lavoro - la mostra fotografica 'NO!', autore Riccardo Venturi, promotore agenzia
Contrasto. 45 scatti ospitati inizialmente alla Camera dei Deputati, nel
complesso di vicolo Valdina, e poi itineranti per le sedi territoriali
dell'associazione. 45 foto scattate in alcuni luoghi simbolici, dall'Ilva di
Taranto al polo industriale di Porto Marghera, dalla Thyssen Krupp di Torino
alla Fincantieri di Monfalcone. A tanti volti immortalati corrispondono
altrettante storie, comprese quelle che lanciano un segnale di speranza,
riservando un finale di reinserimento e riabilitazione. Come quella di una donna
rimasta paraplegica in seguito a un incidente sul lavoro e che dopo quattro anni
e' diventata un'atleta che nel 2001 ha anche gareggiato alla maratona di New
York. O come quella di un paziente del centro protesi Inail di Vigoroso di
Budrio (Bologna) - "dove ho realizzato vari scatti", sottolinea Venturi -, a cui
e' stata amputata una gamba "e che ha iniziato un periodo lungo di terapia,
cambiando diverse protesi, ma non arrendendosi mai" ed essendo forse premiato
per questo con l'incontro nello stesso centro con quella che sarebbe diventata
la sua compagna con cui forma ora una famiglia. Ma l'intento generale del
fotografo, stimolato da Giulia Tornari della Contrasto, e' stato quello di
provare a dare risposte a interrogativi sul dietro le quinte degli incidenti sul
lavoro: cosa succede quando un operaio riporta un'invalidita' permanente? Come
vivono i familiari delle vittime? E in questo modo ha cercato di soddisfare due
esigenze: quella di restituire dignita' a queste persone e quella di far
svegliare quelli che guardano le foto dallo stato di anestesia riguardo a drammi
come questo, uno stato in cui li ha buttati un'informazione sensazionalistica e
incapace, o forse non desiderosa, di analizzare i motivi - in primis il lavoro
nero - di questa carneficina. Difficile il compito di realizzare tutto cio',
soprattutto quando il fotografo si e' trovato di fronte a persone che avevano
subito l'infortunio molti anni prima. E difficile raccontare l'insicurezza sul
lavoro attraverso le immagini, che per ovviare a questo riproducono spesso le
strutture che possono mettere a rischio la vita delle persone. E' infatti anche
importante, sostiene Venturi, "innalzare il livello di conoscenza del rischio
soprattutto tra i giovani". Ma poiche' per far questo serve un lavoro di
"sensibilizzazione in maniera capillare", il fotografo ha accolto con entusiasmo
la proposta da parte di alcune delle persone che ha fotografato "di andare loro
stesse a raccontare, in prima persona, le storie e le esperienze raccolte nella
mostra".
(Mrp/ Dire)
10:43 16-01-09 NNNN
FOCUS/WELFARE. DANIELE SEGRE:
"LA DIGNITÀ NEGATA AI LAVORATORI"
REGISTA DI 'MORIRE DI LAVORO',VIAGGIO
NEI CANTIERI EDILI ITALIANI
(DIRE) Roma, 16 gen. - Sono testimonianze
dirette, di lavoratori infortunati e di parenti di vittime del lavoro, quelle
che compongono "Morire di lavoro", pellicola d'inchiesta di Daniele Segre,
realizzata con il sostegno della Fillea-Cgil, e cronaca di un viaggio in Italia,
da nord a sud, che sottolinea la drammaticita' del lavoro nei cantieri edili.
"Un lavoro infame, durissimo, in cui l'altissima percentuale di incidenti che si
verificano e' strettamente legata all'altrettanto alta percentuale di
illegalita' presente- spiega il regista -, ma paradossalmente anche un lavoro di
cui la maggior parte degli operai intervistati si e' dichiarata fiera, nella
convinzione che costruire edifici significhi fare qualcosa per il bene comune. E
allora il danno che si apporta a queste persone se le si mette in condizione di
lavorare male o di non poterlo piu' fare -nel migliore dei casi, ossia quello in
cui da un incidente si rimanga 'solo' infortunati- e', oltre che fisico ed
economico, anche psicologico". Cio' che Segre tiene a mettere in evidenza, e che
emerge chiaramente dalle parole degli intervistati nel suo film, e' quanto la
mancanza di rispetto del lavoro e della vita dei lavoratori da parte di chi li
ingaggia faccia "morire di lavoro" anche mentre di lavoro si vive -o si cerca
faticosamente di farlo-, e questo perche' la considerazione che molti "padroni"
hanno dei loro operai e' pari a quella di una merce. Una merce il cui compito e'
quello di fare il piu' possibile nel minor tempo e col minor costo possibili.
"In queste condizioni l'incidente, l'infortunio e la morte sul lavoro sono solo
la conseguenza ultima e altamente probabile di un processo vergognoso che
riguarda tutti i lavoratori, e di cui i media non parlano fino a che non si
verifica la tragedia, l'evento sensazionale che fa notizia. In quel caso
esplodono le opere sugli incidenti, che fanno leva sull'emozione del momento. Ma
questo tipo di operazioni non producono cultura: il problema si affronta
realmente solo se si e' disposti a ragionare sulla condizione quotidiana dei
lavoratori, sui loro pensieri, le loro paure, la loro dignita' negata".
Difficile pensarla diversamente quando un documento importante come il suo, che
sta ricevendo un'accoglienza trionfale in moltissime scuole, associazioni,
diocesi, enti, sindacati e altre piazze della societa' civile che ne hanno
richiesto la proiezione, non ha avuto nessun finanziamento per la produzione ne'
dall'Istituto Luce ne' dalla Rai, a cui non si riesce a strappare nemmeno una
serata sul tema del lavoro e delle morti bianche, nonostante le ripetute
richieste di Segre, che si dichiara "indignato per la sottrazione della tv
pubblica a quello che dovrebbe essere il proprio compito, e cioe' far maturare e
crescere il Paese". E nonostante un appello promosso da Articolo 21, secondo cui
la Rai dovrebbe trasmettere il film in prima serata e "farne un vero e proprio
manifesto per la prevenzione e contro la strage quotidiana". E a nulla e' valso
neanche -almeno finora- il Premio Anmil 2008 che Segre ha recentemente ricevuto
per il suo documentario, con il quale -motiva la giuria- "ci mostra le facce e
ci fa sentire le voci di chi sopravvive con tanto dolore e difficolta' alla
mancanza di una vera cultura della sicurezza diffusa e condivisa, che prima
ancora di tanti lavoratori uccide la dignita' di una nazione intera. Inoltre il
suo impegno per promuovere il film in tante scuole italiane permette alla stessa
opera cinematografica di vivere e di essere vista e discussa, ma soprattutto
permette di vivere alla speranza di avere domani cittadini piu' responsabili
della loro e altrui vita, sia sul lavoro che in ogni ambito della vita". E i
lavoratori di oggi, quelli che raccontano le loro storie nel film, come hanno
vissuto quest'operazione? "Molti di loro mi hanno espresso gratitudine per
l'impegno di portare alla luce la loro condizione, altri, soprattutto i parenti
delle vittime, hanno manifestato la speranza che la loro testimonianza possa
servire a fare in modo che cio' che e' successo a loro e ai loro cari non si
ripeta piu'". "Ma c'e' ancora molto da fare -mette in guardia Segre- perche'
cio' avvenga, soprattutto nel campo dell'edilizia, dove il 50% degli operai
lavora al nero con stipendi da fame, in alcuni casi disposta a fare piu' di un
lavoro per riuscire a soddisfare le esigenze dei propri figli, desiderosi di non
essere da meno dei loro compagni. In questo momento, infatti, il bisogno del
prestigio sociale prende spesso il sopravvento sulla capacita' critica, al
contrario di quello che accadeva fino agli anni '80, quando c'era ancora una
coscienza di classe. Ora i lavoratori sono lasciati a se stessi, non c'e'
nessuno che li rappresenta realmente: ne' la politica ne' il sindacato,
purtroppo, sono dei veri punti di riferimento per loro. Il sindacato edile, poi,
e' molto debole, a causa della mafia che domina questo mercato e ne impedisce
l'accesso nei cantieri". "E se i lavoratori sono messi nelle condizioni di dover
subire il ricatto di chi ha il potere del mantenimento del loro posto- conclude
il regista- e' molto facile che non si lamentino se non vengono forniti loro
casco e guanti di sicurezza, come pure che se gli vengono forniti non li
indossino per paura di rallentarsi nel lavoro, e che di fronte a un incidente
aggravato dal fatto che ne fossero privi non denuncino i loro padroni ma anzi si
rendano magari loro complici sparendo prima dell'arrivo degli ispettori del
lavoro, non chiamando l'ambulanza o tacendo sulla mancanza di protezioni quando
sarebbero servite". Insomma, come diceva Caterina Bueno, "viva il coraggio e chi
lo sa portare. Infame societa', facci mangiare".
(Mrp/ Dire)
10:43 16-01-09 NNNN
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