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Mare Nostrum. Oggi come ieri. Cronache dall'Università di Bologna PDF Stampa E-mail

 

Sala Consilina (Salerno), l’Universita’ per stranieri di Siena, la facolta’ di Giurisprudenza dell’Universita’ di Bologna. Sono alcune delle ultime proiezioni di “Mare Nostrum” (autoprodotto nel 2003) che a pochi minuti dall’inizio riporta una dichiarazione di Silvio Berlusconi raccolta a Brindisi nei giorni della “strage del venerdi’ santo”, (l’affondamento da parte di un’imbarcazione della nostra marina militare  di un barcone di disperati, nel tentativo di un respingimento in mare, che causo’ un centinaio di morti tra i migranti).

Oggi il premier si dice contrario ad una Italia multietnica e da la stura a nuove leggi razziali e ai respingimenti in mare condannati persino dall’Onu. Allora, era il 28 marzo del 1997 e al governo c’era il primo esecutivo guidato da Prodi, Berlusconi parlava tra i pochi profughi rimasti vivi nell’affondamento della “Kater I Rades”:” Vorrei che tutti gli italiani avessero avuto l’incontro che adesso ho avuto io con questa gente che ha perso tre figli, che ha perso la moglie, che sperava divenire in Italia e di trovare un paese libero, democratico, in cui poter lavorare, in cui potersi affermare. E queste –singhiozza-  sono cose che noi non possiamo permettere che accadano piu’ nel nostro paese!”.

Parole (e lacrime) dell’attuale presidente del Consiglio. 

Di seguito, due testimonianze. La prima e’ della ricercatrice che con la sua docente ha voluto inserire la proiezione in una tre giorni di studi sull’immigrazione nella facolta’ di Giurisprudenza dell’ateneo bolognese. La seconda, e’ di una giovane studentessa che sta provando a fare la giornalista. 
 
 
 

Piove come solo qui accade, piccole  e impercettibili gocce che penetrano nelle ossa e nella testa. Questa sera la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna sfida il silenzio e il tecnicismo che spesso caratterizza questo luogo.

Questa sera proiettiamo “Mare Nostrum”, un film documentario che rappresenta una bomba al cuore delle istituzioni, e della storia cattolica e “caritatevole” di questo paese.

Speriamo che, nonostante la pioggia, ci sia gente. Speriamo che i ragazzi e le ragazze che si aggirano per la Facoltà, per l’Università, per la città siano incuriositi e si avvicinino. Almeno per sentire, per provare a capire.

Sono giorni difficili, questi. Giorni in cui le violazioni dei diritti umani dei migranti sono sotto gli occhi di tutti, giorni in cui il Governo italiano si vanta di aver “soccorso” un barcone di migranti lasciato in mare per giorni per un impasse diplomatico con Malta. Giorni, quelli che verranno, dove un presidente del Consiglio dira’ che non vuole un Paese multietnico (lo stesso che piangeva per la loro sorte dentro “Mare Nostrum”) e un ministro definira’ “grande momento storico” il respingimento, direttamente dalle acque internazionali alla Libia, di centinaia e centinai di migranti.

L’Italia, lo stesso paese che realizza respingimenti di massa di uomini, donne, ragazzini, vietati da tutte le convenzioni internazionali, e finanzia campi di detenzione, appunto, in Libia. Paese che non ha firmato la Convenzione di Ginevra e in cui sono accertate torture e trattamenti disumani.

Campi che si aggiungono ai nostri centri di identificazione ed espulsione, dei quali “Mare Nostrum” ci mostra immagini e storie raccapriccianti.

La sala è quasi piena, sono gia’ le 21.30 e la gente continua ad arrivare. La serata prevede la proiezione del documentario e la discussione con il suo autore. Quasi tutti i posti sono occupati, c’è brusio e attesa nell’aria.

Stefano Mencherini rompe il ghiaccio e introduce il film-inchiesta con rabbia e passione, racconta la storia di “Mare Nostrum” e quella delle censure che il suo lavoro ha dovuto subire.

Un’ora di immagini, narrazioni, denunce che si intersecano con dichiarazioni di politici, finte lacrime e un mare di ipocrisia. Con i migranti protagonisti assoluti di queste storie, che è giusto far raccontare a loro, ai loro sguardi e con una colonna sonora che, a volte, dice più delle parole.

Al termine della proiezione parte un applauso lungo e commosso. Poi inizia il dibattito: si parla dei rapporti tra il Governo, gli enti gestori dei centri di detenzione per migranti e la Chiesa, si parla di violazioni dei diritti fondamentali che i migranti, dal momento del loro arrivo fino al momento dell’espulsione subiscono, sistematicamente persino laddove non ci sia volontà discriminatoria. E’ sufficiente la legge attuale sull’immigrazione, senza bisogno del rincaro di qualche magistrato o poliziotto o burocrate un po’ razzista. Ancora si è riso, amaramente, sulle lacrime di chi sa cosa vuol dire piangere per raccogliere qualche voto in più.

Le parole uscivano a fiumi, le domande tante, tanta la curiosità e la voglia di capire, di andare fino in fondo.

Siamo usciti dall’Università a mezzanotte, silenzio attorno.

Ma la Facoltà di Giurisprudenza non mi è mai sembrata tanto sveglia come in questa notte umida di primavera. 

Antonella De Blasio   ricercatrice precaria Universita’ di Bologna 
 
 
 

Metti una sera all’università. Ultimo piano della facoltà di Giurisprudenza a Bologna, scale strette e soffitti antichi, l’aula grande che trabocca di persone. Si proietta “Mare Nostrum”, un documentario “vecchio” di sei anni ma che sembra girato due giorni prima, nel mondo sotto casa. Io arrivo in ritardo, perché queste cose si sa come finiscono: non se le fila nessuno e si aspetta fino all’ultimo che arrivino le persone, comunque si rimane sempre in quattro gatti. Arrivo tardi e non trovo da sedere, perché questa volta i gatti sono ben più di due. Chi lo avrebbe detto. L’aula grande di Giurisprudenza, quel mercoledì sera, sa di pelle di studente sotto esame,  di magliette dalle scritte in stampatello, di tabacco mescolato ad ansia per il domani che non c’è e non sarà per noi, sa  di voglia di conoscere, di rabbia impiastricciata di orgoglio perché se ci dite menzogne, noi la verità ce la andiamo a cercare. Il famoso degrado degli universitari di Bologna chiuso tra quattro mura, davanti a una storia vecchia e mai finita. La democrazia in una stanza: c’è un mondo bombardato e iniettato e poi c’è la vita vera, quella che bisogna uscire per la strada, correre tra la gente e annusare le persone per capirla solo un poco. Se un documentario di sei anni fa e un giornalista  indipendente con la sua valigia sono gli eroi, allora qualcosa non funziona. Un giornalista che fa il suo lavoro è divenuto  un cimelio raro da andare ad ammirare. E pensare che dovrebbe diventare il mio mestiere… Avere vent’anni nel 2009 significa avere un chilo di sogni e doversene vergognare. Un giorno sono andata da un Signor Giornalista che abita nel mio paese, gli ho tirato l’orlo della giacca e detto: “Voglio farlo anch’io, come si fa?” La risposta è stata secca: “Ti assumiamo, sarai corrispondente per il giornale di provincia: prima inizi, prima ti stanchi e prima ti trovi un altro lavoro.” Ora guadagno 4 euro lordi al pezzo, e se per disgrazia bisogna tagliare l’articolo perché proprio non ci sta, allora gli euro diventano due. Lordi. Poi mi sono iscritta all’albo come pubblicista e ora pago più tasse di quanto guadagno. Io il gioco della “giornalista ragazzina” lo posso fare perché i miei genitori lavorano fino a tardi la sera e se la ridono quando vedono le mie buste paga. Il gioco della scrittrice con il taccuino ho cominciato ad odiarlo in fretta, ma un giorno è successa una cosa. C’è stato un rave party abusivo nel mio paese, tanti giovani e tanta polizia. Una mattina è iniziato lo sgombero, mi hanno chiamato e in un lampo ero sul posto. Ho pensato: io devo controllare, io che ho ventun’anni e faccio tutto per gioco, io che una redazione quasi non l’ho mai vista e non so nulla di questo mestiere, devo starmene qui a vedere cosa succede, perché domani il paese saprà quello che io ho visto. Lì ho capito. Il giornalista deve guardare e riferire, deve fare la guardia. Io voglio scrivere per professione e annuso l’aria che respira chi il suo lavoro lo sa fare, chi ci mette la faccia e mi domando perché. Perché devo vergognarmi di un sogno, perché dovrei arrendermi subito, perché l’aula grande a Bologna non si alza e fa la rivoluzione contro razzismi e malainformazione. C’è una sola cosa che rincuora e dà speranza:  il desiderio viscerale di questa generazione di disperati, nati nella crisi economica e cresciuti nel precariato, di conoscere la realtà delle cose. Perché, signori dalla giacca e cravatta, potrete anche nascondere la sporcizia sotto il tappeto, ma noi usciremo in strada tra la gente per riprenderci la verità. 

Martina Castigliani giornalista pubblicista e studentessa universitaria

 

 
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