Alessandra Comazzi per La Stampa su 'Schiavi'

 

 

La Stampa 22 Novembre  pagina 35

 

 

I volti. Gli occhi. Le parole. I gesti. Le supplice. Le imprecazioni. Le minacce. I terribili sfruttatori. L’alternanza di bianco e nero, a simboleggiare il male e il bene. Anche se si fatica, a trovare il bene. Dice Elsa Valeria Mignone, magistrato della procura di Lecce: “Non si può pensare alla riduzione in schiavitù come a un reato del passato: è uno stato di soggezione continuativa, dovuta all’impossibilità di scegliere una condotta di vita diversa da parte del lavoratore sfruttato”. E “Schiavi” si intitola il documentario di Stefano Mencherini, che, ove trasmesso, meriterebbe, su qualche rete di pubblico servizio, le coscienze le potrebbe smuovere. Non con immagini a effetto o frasi roboanti, ma proprio con la tranquillità della disperazione. I rifiugiati africani scappati dalle zone di guerra che qui rifugio non lo trovano, ma soltanto sfruttamento, malanimo, voglia di rivendicazione. Se già i lavoratori italiani faticano a mantenere riconosciuti i loro diritti, figuriamoci gli stranieri che arrivano in “stato di soggezione”. Seguiti dalla protezione civile, come disastri naturali. In queste storie, in queste terre, in queste vicende, i “buoni” non mancano, ma faticano a prevalere. Non a caso il doc si apre con Papa Francesco: “Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna. C’è la globalizzazione dell’indifferenza”.